Andrea Ceriani - Anima sconosciuta - Poesia e Narrativa

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Andrea Ceriani - Anima sconosciuta

Catalogo




Andrea Ceriani
Anima sconosciuta - poesie
pag. 50 - Euro 8,00

Un libro di poesie di Andrea Ceriani è sempre un palcoscenico dalla scenografia intensa, tragica e sovraffollata di sagome e luci, forme e colori. Prima del suono, prima del racconto interiore e delle figure contorte che si agitano come ombre cinesi su uno sfondo cangiante, arriva infatti il tracciato pittorico di presenze dell’anima, di allegorie maestose ed enfatiche, dirompenti nel trambusto immaginifico che tracciano i disegni interiori.
Anche per questo libro, Anima sconosciuta, gli stilemi rappresentativi ed espressivi di Ceriani dimostrano di prediligere l’affresco icastico delle ansie più recondite, la trasfigurazione delle incertezze più dolorose, la leggerezza beffarda del male quanto il grave peso del bene. Nelle liriche che seguono si avverte però una, se non maggiore, diversa attenzione al soggetto in quanto veicolo di emozioni e di tempeste spirituali; si tratta di un soggetto con un proprio vissuto, un apparato di memorie e di sentimenti, un’urgenza tutta umana di manifestazione, e di definizione (poetica, s’intende, non assoluta) del Mistero con cui fa i conti quotidianamente.
“Oltre le più aspre montagne” introduce in un paesaggio che è materializzazione del cammino interiore; è fisicità del pensiero e del sogno, è lettura di Fede priva di straniamento, lontana dalla mimesi lirica tradizionale, squarcio dei veli e delle maschere in un’esposizione di lucidità estrema che rifiuta ogni torpore per guardare in faccia la sofferenza, sulla strada della redenzione. Il sipario è ormai aperto e la scena, priva di suoni, comunica al cuore dello spettatore attraverso rilievi di chiaroscuro, ruvide pareti di grotta, fughe improvvise di luce nei ritagli di un mondo che conosce il cammino dell’Uomo. E proprio da uno scoppio di luce (l’Aurora, il mattino, il lampo improvviso in un luogo chiuso, che sia grotta, tempio, chiesa abbandonata) spesso muovono le poesie di questo canzoniere di Ceriani, quasi fossero cambi di scena scanditi dal gioco studiato dei riflettori; un ricominciare insistito, ripetuto, un rifare la scena come un refrain dell’immagine; guizzi d’artista di spessore notevole, che lasciano abbacinati come solitamente sanno fare solo i pittori.
La resa visiva dei versi è alimentata, quasi senza interruzione, da raffinatissime trovate allitteranti e sinestetiche, in un vorticoso inseguirsi di consonanti ripetute che sanno rendere maggiormente vibrante il verso.: “(…) siedono accanto una gioia/ di “già” no-stalgia e una luce/ di “improvviso” occidente.” Op-pure lo stridente cortocircuito, linguistico e psicolo-gico insieme, di “(…) in questa landa di metallo con-torta / e circondata / da contorni sfilacciati / e confu-si  / da Croci innalzate e deposte (…)”.
Altrove si trovano invece atmosfere meno rarefatte, che attribuiscono robusta valenza di significato alla memoria, ai passi della vita, con attenzione ad evitare che si tratti solo di banale nostalgia, ma in funzione di una costruzione eterna, per quel poco (o molto) che è consentito; per far sì che le cose più piccole ma importanti dell’esistenza scivolino leggiadre verso un cono di luce, e che non si affidino, velleitarie e tracotanti, alla minacciosa ed ineluttabile bocca di un inutile oblio.
Le liriche disvelano, tutte, illuminazioni spirituali di tonante intensità; l’una diversa dall’altra, a guisa di collana di occasioni poetiche confezionate dal cuore per ogni attimo di respiro. A parlare è sovente la forza di una fede che, senza pretendere di spiegarsi, sa comunque definirsi, e lo fa con le immagini più profonde, con le visioni più difficili, con tutta la maestria di un poeta che non si accontenta della semplicità ma regala all’Eterno la maggior forza del proprio canto, come offerta sublime di una parte del bene più prezioso ricevuto: la Grazia dell’incanto.
Per contro, in alcuni passaggi sono proprio le parole semplici come “pace, carezza, amicizia e carità” a tratteggiare i valori più fulgidi, in una ricerca di accosti contrastanti che sanno arricchire ovunque la tensione lirica.
La vita a tratti è interpretata come manifestazione orribile, di malattia e di fragilità, ma si tratta di quella vita della carne che solo chi è folle può considerare, in un continuo ed ingenuo empito di vigoria, punto di arrivo e non tramite, risultato e non esile frazione di un percorso, passaggio fulmineo e ben poco eroico. È il mistero della morte accennato dai tre teschi emblematici di uno dei componimenti conclusivi, o il lugubre affresco di morti senza tempo trasportati dalla corrente del fiume.
Su tutto, in quest’opera, campeggia il filo conduttore dell’oro, un colore che enfatizza la luce più volte individuata come segnale poetico di grande importanza; sono appunto i “semi di luce” a contestualizzare il “Mistero che salva”, preziosi come la polvere e il buio della superba immagine di una chiesa in abbandono, con la muta e sicura presenza nell’ombra.
Alessandro Mancuso

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