Gianmaria Ferrante - La città bianca - Poesia e Narrativa

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Gianmaria Ferrante - La città bianca

Catalogo



Gianmaria Ferrante
La città bianca
Euro 15,00


La città bianca di Gianmaria Ferrante è un limpido esempio di opera letteraria in poesia. Non una raccolta, in quanto evidenzia una, seppur complessa ed articolata, unità tematica mai disgiunta da un altrettanto compatto timbro espressivo. Si inserisce nel ricco filone dei libri in versi che, almeno nel XX secolo, hanno saputo donare un ruolo qualificato e alto al genere poetico, fondendo in un blocco artistico unitario le esigenze narrativo-evocative e forti componenti di musicalità ritmica e semantica.
Il corpo si presenta suddiviso in tre sezioni, rispettivamente intitolati Un grido, Il segreto, Stracci volanti, a testimoniare un'architettura solida che convoglia la viva ispirazione in strutture ragionate, gravide di accorgimenti analogici e legami interiori.
Lo sfondo di una città scenograficamente perfetta e compiuta, allusione ad un luogo costantemente terreno e mentale nel contempo, tratteggia atmosfere rarefatte, in cui suoni e colori, voci e luci, implosivi e carichi di tensione, sembrano sempre sul punto di rivelarsi nelle proprie peculiarità assolute, nelle significazioni universali, ora rivolte all'umanità ora alla natura. Una città senza tempo nella quale, di lirica in lirica, si possono manifestare tutti i tempi possibili, seguendo le fascinazioni suggerite dalle cose, dagli accadimenti anche più impercettibili, minimali o contratti. Ma il tempo è anche il tempo della storia e include perplessità e smarrimenti dell'individuo che smarrisce i propri passi, il segno, le vestigia e rifiuta il gioco del reinventarsi, preferendo rimanere aggrappato alla natura di un sogno rapido ma immenso, sfuggente ma solido ("torna / il segno del tempo / e spezza / l'incanto / notturno").
La sinestesia, nel dettato lirico di Ferrante, è padrona incontrastata e sublime di versicoli nervosi, ardenti, intensi, in cui è una parola guida, per ciascuno di essi, a riempire la misura, e nel contempo a dettare il rigore di un ritmo continuo e gradevole, scorrevole come un palpito disteso. Altrove le immagini si fanno inquietanti, repentinamente orride, di un'allusività proteiforme che tira dietro di sé una catena pressoché infinita di simboli; si legga in proposito "dondola / inerte / la culla / abbandonata" a far da contraltare ad uno strumento come il carro, che apre la lirica nei termini di un dinamismo orfico e minaccioso. Altrove, nelle correlazioni tra oggetto e percezione del medesimo, c'è spazio per discariche che equivalgono a luoghi interiori, realistici di una violenza bestiale ma teneri nel richiamo a elementi del passato, in forte contrasto sia reciproco che interno, in quanto depositi di memorie.
L'ossimoro, logico più che semantico, dell'accostamento morte-seno (in Il cantore della morte) ritorna in diversi momenti creando un luminoso attrito di emozioni che non accenna mai a tentare di risolvere la dicotomia tra bene e male; essi infatti appaiono come essenze compenetrate, prive di stacchi o di confini che il lettore cercherà inutilmente, scoprendo con piacere l'astensione del poeta da qualunque nota, o formula, riduttivamente risolutiva.
Le dimensioni oniriche, fortemente pittoriche e cariche di allegorie pluricefale, avvolgono il lettore in un dedalo di immagini la cui crudezza è alimentata da un consapevole fonosimbolismo; omoteleuti e rimandi interni al significante, prevalentemente consonantici, dettano la misura angosciosa del sogno e la sua estrema componente visiva e immaginifica. Solo a tratti si avverte una sorta di aggiornamento pascoliano della meraviglia di fronte agli eventi naturali, ma anche in questi casi la negazione dell'abbandono estatico è in agguato, e non banalizza mai il messaggio.
La materia poetica è ovunque rielaborata, plasmata dal lavorìo di una fucina interiore che ora compone le forme ora le osserva smarrita essa stessa, come l'animo del poeta di fronte al ruvido incanto; ferro più che pietra, sembra suggerire Ferrante, e pietra più che aria, rappresentata in genere in termini di vento e non di qualità del respiro.
Infatti anche le manifestazioni della natura possiedono la stessa cupa severità; non c'è placido abbandono nella quiete del paesaggio: albe e tramonti muovono in condizioni antropomorfe, vitalizzate da continue ed efficaci personificazioni sempre nuove, sempre insospettabili ed originali. E se talora un timido accenno all'armonia delle cose tende a farsi strada nel panorama dell'osservazione, non è lunga la pace, interrotta invece, come capita, da crepiti, spari, manifestazioni ridondanti di una ferocia cosmica e inappellabile. Ad essa si adattano eccellenti figure come quella di Mario, il pazzo del trullo, di Ciccio La Sciaia con il suo gesto terragno e potente, di un monaco, del cadavere di un annegato, di un gendarme; oppure l'emergenza interiore dell'armigero che compare dal nulla, immobilizzato nel silenzio della propria sconfitta.
La negazione della storia, anche se l'ambiente della "Città bianca" pare, lirica dopo lirica, farsi sempre più palpabile e reale, coincide con la negazione della narrazione; gli spunti sono ovunque uniformemente evocativi, suscitano visioni e scolpiscono immagini talmente fulminee da sovrastare, a tratti, la capacità di ricezione. Ma è un inganno, sapientemente manovrato dalla profonda interiorità dell'io poetico che sa fare del luogo specifico il non luogo del tutto, unendo il particolare all'universale in un gioco mescolato di presenze e assenze, di emersioni del tempo volutamente sfumate, rinvigorite dal respiro dell'anima inquieta che legge segnali nascosti.
Ricorrenti i richiami al seno, come negazione di un nutrimento effettivo e soave, bensì portatore di vita distorta, malata, orrenda, così come il richiamo al gufo, presenza quasi costante, intermittente segnale. E poi l'andatura ora traballante, ora zoppicante, di soggetti vari, talvolta imprecisati, in movimento; infine l'archetipico contrasto tra il bianco ed il rosso, la calce e la benzina, la terra e il dolore. Notevole il ritorno ciclico del portale, ora scosso con violenza da venti impetuosi, ora indicatore di direzioni inafferrabili, di partenze e ritorni, di reclusioni.
Sono invece rari i riferimenti al rifugio amoroso, come in Trema il canto; suggeriscono il valore delle brevi pause, delle tregue di dannunziana memoria, accostabili all'esempio di comunicazione magica e remota rappresentato dall'assemblea degli alberi centenari, che celano nel proprio sussurro il segreto mistero delle loro decisioni, l'impenetrabilità di un codice altro, di respiro e di ombre. Una poesia, quella di Ferrante, che sa farsi simbolo ad ogni scelta di parola, e pertanto sottende infinite proposte di suggestione a vantaggio di un cuore profondo, che sia in grado di accoglierle non con la curiosità della ricerca di un messaggio ma con la meraviglia di un disvelamento di brandelli di assoluto.
Alessandro Mancuso



L'Autore, proveniente da una famiglia di artisti, musicisti e decoratori, fin da piccolo ha vissuto tra gallerie d'arte, concerti, esibizioni e studi di pittori. Tenendo assolutamente distinti i propri studi filosofici e letterari dagli incontri con i Grandi della Letteratura mondiale e dalla personale visione del brano poetico, ha pubblicato alcune raccolte di poesie in Antologie di scrittori contemporanei.
In seguito, all'età di 32 anni, ha pubblicato a Milano (Editrice Letteraria Arpa) il suo primo romanzo " Gli amori verdi " ottenendo notevoli apprezzamenti dal parte della critica e il Primo Premio Regione Lombarda '72. "Gli amori verdi", scritto all'età di 25 anni, rappresentano un punto di arrivo nella preparazione specifica letteraria, nel tipo di rappresentazione della società, nella qualità della tecnica personalissima, libera da schemi dottrinali o mode passeggere.

L'Editore infatti inizia con queste parole…
"Chi apre questo libro non pensi di trovarsi di fronte, come il titolo lascia supporre, ad un romanzo d'amore o ad un racconto tradizionale di piacevole lettura. Si tratta al contrario di un lavoro di notevole impegno, estremamente profondo e complesso, che va affrontato con particolare attenzione e tenendo conto di alcuni importanti fattori.
In primo luogo la prosa è un eccezionale esempio di stile contemporaneo "ermetico", dove la sintassi è sciolta dai consueti nessi grammaticali e la connessione logica del discorso è libera e spontanea, cioè quale sgorga direttamente dall'Io dell'Autore, senza aderire ai canoni tradizionali del pensiero. La parola risulta inoltre dissolta dal suo significato tipicamente semantico per assumere un valore impressionistico, atta cioè più che a dire, a destare immagini, a suscitare sensazioni, a suggerire visioni e rapporti espressivi prima sconosciuti. Così gli aggettivi e gli avverbi sono usati con criteri analogici molto diversi da quelli tradizionali, e se a volte seguono trasposizioni concettuali facilmente raggiungibili dal lettore, altre volte restano individuali, esclusivi, personali, "ermetici".
L'Autore, dotato di notevole padronanza linguistica e letteraria, tanto da realizzare una prosa eccezionalmente valida ed interessante, risulta del tutto avvincente per la sua fortissima realizzazione formale; in alcune pagine la descrizione di una situazione è resa con intensità e vigore attraverso l'uso di espressioni spezzate, divergenti, diversamente angolate e particolarmente vivide e forti.
In altre pagine, è da notare l'originalità della tecnica descrittiva che potrebbe essere paragonata a quella di un regista cinematografico: prima l'obiettivo inquadra una scena nel suo insieme, poi esso si focalizza improvvisamente sul particolare con l'uso dello "zoom" che pone in risalto l'oggetto dell'attenzione; così l'Autore si avvicina tanto nella descrizione da ingigantire gli aspetti consueti di un'azione o di una cosa fino a renderli impressionanti e mostruosi in quanto macroscopicamente inquadrati. In questo modo il Ferrante giunge a focalizzare le cose nel loro aspetto meno consueto e gradevole, usando un metodo analitico che a volte si avvicina ad una vera e propria vivisezione sadica, oltre ad ironia impressionante e di notevole presa…"

In seguito l'Autore inizia il suo secondo romanzo e contempora-neamente incomincia a condensare in poesie, brevi ed essenziali, sensazioni particolari, incontri, fatti presi dagli "anni di piombo", sublimati e stilizzati secondo le proprie conoscenze figurative e letterarie, ma rimanendo sempre distaccato dalle mode letterarie.

Pubblica a Roma (Editore Vincenzo Lo Faro), nella collana "Premio", una raccolta di poesie dal titolo "Il sogno d'alabastro" dove le proprie conoscenze delle arti figurative vengono trasposte in versi brevi e concisi, procedendo poi in costruzioni più complesse, sempre avulse da influenze esterne e "correnti" che allora andavano per la maggiore.
Infatti, per l'Editore - Il sogno d'alabastro - …… "appare immediatamente ricco di estri e di invenzioni. Il libro si compone di tre parti, tutte ben saldate e collegate da una sottile membrana lirica che sta a significare come i temi degli incontri, della realtà, degli uomini e delle sue ripercussioni si avvicendano e si filtrano nel giuoco di un dettato poetico allargato, consumato al massimo alla ricerca stilistica ad effetto, al verso risucchiato con implicazioni ermetiche.
Le poesie sono senza titolo, il tema è implicito, si nota come, dalla prima alla terza parte, vi sia una progressione poetica e anche di stile. L'Autore ha dimestichezza con la poesia e i temi trattati non provengono da letture o mescolanze di culture, ci sono state anche quelle, ma non hanno sicuramente influito sugli stilemi o, meno ancora, rappresentato mode.
Sono tanti e diversi gli interessi ed in ognuno c'è un'attenzione particolare, una visione attenta dell'uomo e del suo divenire. Problemi esistenziali che il Ferrante cataloga, li osserva e, come preso da un forte stupore-amore li rende scarni, sa trarre l'essenziale dal cascame; da questa poesia quasi ossificata, interamente trasparente egli ne sublima il corso e detta gli avvertimenti…
Ma tutto il bisogno salvifico dell'uomo non può riparare alla propria fragilità, all'incostanza; su questa irrinunciabile verità ha forgiato la propria vita…
Una prova positiva… piena e vitale come quel Scriba che -ha lasciato il registro aperto - per nuovi appunti e annotazioni."

Il lavoro letterario successivo, svolto per buona parte a Milano, funestato dai tristi avvenimenti che scossero la città e la Nazione intera fino all'assassinio di Moro e della sua scorta, venne completato e provvisoriamente accantonato in attesa di avvenimenti meno traumatici. La decisione finale di ritirarsi dalla vita attiva per dedicarsi ai propri studi ha portato l'Autore a ritirarsi in un'oasi tranquilla, al centro del Parco degli Ulivi Secolari di Puglia, dove ha potuto revisionare i brani poetici, il suo secondo romanzo e stendere nuove sillogi che vedranno la luce in seguito.

La raccolta di poesie successiva "Una pallida notte" viene pubblicata dal Gruppo Albatros (Viterbo).
L'Editore presenta - Una pallida notte - come "…una tappa del percorso che l'Autore vuole raccontare ai lettori: un'opera che raffigura la realtà attraverso le esperienze di vita. Gli scenari che fanno da sfondo alle poesie sono ben definiti, ma spesso a questi si alternano ambienti indefiniti, onirici.
L'intento dell'Autore è quello di percorrere questo viaggio attraverso luoghi che dalla città si spostano, includendo paesaggi più vasti. La silloge, infatti, è l'inizio di un più ampio progetto di ricerca continua e di raffigurazione in alcuni casi onirica della realtà.
Interessante è la lirica che fa da premessa alla raccolta: Gianmaria Ferrante, con un tono ironico ma allo stesso tempo altisonante, mette in guardia il lettore sull'opera che si accinge a leggere…
…Sul piano tematico tutte le liriche di Una pallida notte hanno dei temi che spesso l'Autore ripropone. Un primo elemento è quello del "grido", che emerge da uno scenario immerso nel buio e nel silenzio….
All'immagine di paesaggi sospesi in una temporalità indefinita, si accompagna spesso la presenza di un falco, che sorvola i luoghi e gli scenari scarsamente popolati….
…Anche la città fa da sfondo a diverse poesie di Una pallida notte, mostrando alcuni aspetti peculiari che la contraddistinguono: la presenza di persone, gente che cammina per le strade illuminate dalla luce del neon, giornate plumbee, in cui il mondo appare "intorpidito".
In questo scenario cittadino dai toni grigi, che appare monotono e ripetitivo, Gianmaria Ferrante si rivolge ad un amico senza nome né identità, affidandogli il mistero in cui è racchiuso il mondo.
Alla presenza dell'amico si alterna anche una figura femminile, a cui l'autore fa talvolta riferimento: un'amica, che Ferrante definisce in alcuni casi amica solitaria, in altri diletta. La sua presenza è avvertita come una forza, una presenza importante che ripara "all'incendio terreno".
La città ritorna con contorni più netti e definiti nel momento in cui si parla del Duomo, che diventa sfondo per immagini crude e dai toni drammatici: il gemito soffocato proveniente da un "fagotto spento sotto i portici", i ricordi che riaffiorano prepotenti nel presente e l'immagine di un uomo che decide di suicidarsi. Gianmaria Ferrante dipinge quest'ultima vicenda con un linguaggio dai toni forti, che rende di grande impatto la visione…
Ai personaggi che vivono ai margini della società, o meglio della città, si affiancano poi gli eroi, uomini che sembrano avere fattezze consumate dal tempo, provenire da un'altra epoca…
Sul piano linguistico la silloge presenta un linguaggio molto ricercato e accuratamente selezionato…
Evidente è il richiamo alla lirica dei grandi poeti italiani e stranieri, dall'ermetismo a Ezra Pound. I riferimenti anche ad una corrente poetica più classica, come si è visto in precedenza nel lessico, testimoniano la vasta conoscenza poetica di Gianmaria Ferrante, che con questa silloge combina le diverse correnti in modo da dar vita ad una poesia completamente personale e originale.
L'assenza di schemi metrici e il ricorso a versi e strofe libere conferiscono maggiore importanza alla singola parola, che risulta in tal modo carica di valori e di significati…"

La presente raccolta di poesie " La Città Bianca " rappresenta un passo ulteriore verso l'ampliamento della visione onirica e della capacità tecnica di trasporre cultura, idee, preveggenza in sintesi letteraria stilizzata, portata al limite di un confine posto tra il reale, il passato e un futuro già affacciato sul presente.
"La Città Bianca", unitamente alle opere che seguiranno, proiettano il lettore in una dimensione sempre più ampia e articolata dove visione e rappresentazione della realtà, delle esperienze e dei messaggi onirici, partendo da un luogo e tempo definiti, si agganciano al nostro grande passato verso l'incerto futuro raggiungendo una città definita, il Paese intero, il Mediterraneo, gli Inferi dei nostri Avi.
La parola vi nasce libera, concentrata nella sua vera essenza, con tutta la sua naturale forza evocatrice, capace in poche battute di rappresentare una storia, creare visioni, richiamare personaggi nascosti dal tempo, dare vita al quadro ineffabile di un Pittore Universale.

L'Autore evita, per quanto possibile, incontri letterari/politici di ogni tipo; vive abitualmente tra Roma, Milano, Bergamo, Ostuni. Incontra spesso giovani volontari, portatori del nuovo entusiasmo per la Natura, provenienti da ogni parte del Mondo, che passano brevi periodi nella sua azienda biologica, prezioso rifugio inserito in una Natura incontaminata.
Può essere raggiunto tramite il proprio sito web: www.ipoderidelsole.it



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