Gianmaria Ferrante - La soglia - Poesia e Narrativa

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Gianmaria Ferrante - La soglia

GIANMARIA FERRANTE
La soglia
ISBN 978-88-99042-43-1
Euro 15,00


La soglia è unitaria e racchiude in sé l’idea immaginifica di numerosi varchi, di solenni aperture del limite tra il dentro ed il fuori, l’Oriente e il presente, l’Universo e gli arcaismi dei fluttuanti riferimenti temporali. Ma se l’interno è antro, grotta, oscuro sotterraneo, sottofondo o sottobosco, non si tratta di rifugi sicuri, perché la porta è aperta sia dentro che fuori, come la porta del Giano bifronte che sa distinguere il tempo di pace dal tempo di guerra. In questo caso la guerra è l’attacco continuo, pervicace e fremente, di tutta una serie di figure deformate, dalle multiple valenze, che minacciano, sfidano, offendono, mostrano armi senza tempo. Il rifugio protegge, probabilmente in modo transitorio e mai rasserenante, quanto rimane di puro e innocente, di vero: una coppia, una fanciulla, una realtà intonsa, uno scrigno di luce.
Ferrante, con La soglia, apre squarci di immagini che si addensano rapide sullo sfondo delle alternanze stagionali, dei passaggi dalla notte plumbea, ferrosa, al giorno lattiginoso e diafano. Nella prima sezione, Uno schizzo a carboncino, evoca gli accadimenti che si manifestano all’esterno come condizionati da parossistiche emergenze meteorologiche (refolo, rugiada, ghiaccio, nembi, temporali, pioggia), o da epifaniche scenografie stilizzate, sulle quali agiscono in maniera costantemente destrutturata e composita personaggi dalle forti connotazioni espressive. Si passa dal giullare all’arlecchino, dal buffone alla maschera tragica, dalla deformità del saltimbanco alla trasumanazione da corpo immondo e mutilo a monumento sarcastico e variamente figurativo.
Tutto, nella corposa lirica di Ferrante, è trasumanazione surreale ed onirica; nessun gesto, nessun movimento sembra poggiare su referenti razionali, bensì costantemente circuitati dal turbine epico ed eroico che li reinventa ad ogni passaggio, in una ferma e protesa negazione di qualsiasi indulgenza narrativa che vada oltre il frammento. Immagini orride di giostre come capestri da cui penzolano corpi come foglie divertite dal vento, e poi ruderi e vestigia del tempo sgretolate ed informi. Incontri di cani e gatti dalle movenze meccaniche e allusive, un po’ guerrieri e un po’ marionette, simboliche di miserie umane, come i graffiti inquietanti che si animanano per mostrarsi sfrontati e beffardi, quasi fondamenta magmatiche dell’incubo, delle risultanze multiformi di un brandello di pensiero che si affretta a sgomberare il campo a vantaggio di altri brandelli che lo sovrastino al più presto.
Le immagini sono compiaciutamente degradate, infime, disarticolate e fredde, dalle voci e dai grugniti senza eco; è così per gli uccelli del malaugurio definitivo, per i monatti, per i rifiuti, il putridume, il fango, la notte acida, le cruente immagini di guerra e devastazione, i bagliori di specchi e le trasparenze di corpi diafani, impalpabili. Gli attacchi sono sempre imprevedibili, improvvisi, alternati a misteriosi consessi in cui ha luogo un tentativo di racconto a-temporale del tempo stesso, in cui il passato ed il nulla si caricano di valenze assolute, sottolineate dall’abbondante ricorso alle derivazioni lessemiche di termini quali “asfissia” ed “atrofia”.
Nelle due successive sezioni, Un uomo di paglia smunta e Tre compari a cassetta, il riferimento ai ruderi e ai segreti accessi di luoghi reconditi e remoti, tende a dissolversi via via a vantaggio di una ricerca maggiormente esterna e tendente all’universale. La soglia permane ma tende a trasformarsi, contrarsi, esibirsi di meno nella sua essenza manifesta; non muta invece l’usata foga repentina e straniante messa in atto dallo stuolo di personaggi chiave in una sorta di galleria pittorica in movimento. La soglia, o il varco, adesso risultano protetti da guardiani misteriosi e incomprensibili che sorvegliano un passaggio per iniziati, opponendo un fermo divieto a chi non è in grado di decodificare l’esclusiva scrittura che, sola, garantisce una qualche possibilità di accesso. È qui che sembrano incattivirsi i tentativi degli spiriti malvagi nei confronti dell’incanto innocente di un’unione, archetipo di purezza della forma, laddove l’assalto e l’assedio sono portati da emergenze di creature che esibiscono, con insistente protervia, ora zoppia, moncherini, arti mutili, ora deformità disparate o generiche. Lo spettacolo tende vieppiù al tragico e si alza il tono della sfida, la minaccia della violenza e il fortore terrifico delle presenze.
Il fuori, al di là della soglia, si addensa di santuari ed are votive, di emersioni orfiche, di rigurgiti di sepolture che portano a galla segnali indecifrabili del tempo; quindi rottami ferrosi e macerie che sembrano rendere claudicante persino il pensiero. Affiorano, forse ancora più orridi di tante suggestioni da danza macabra, le abbacinanti coloriture umanoidi di un presente televisivo, che pare violare il reale, nel sottofinale, con maggiori sciabolate di pittorico spavento.
Risuona, come ultima parola dell’opera, il “Pacifico”, quasi un suggerimento anfibologico che non risolve e non chiude il cerchio, proiettando l’idea della soglia verso l’immagine di altre soglie indefinite.
Alessandro Mancuso
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