Racconto "La congiura" di Gianni Colombo - Poesia e Narrativa

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Racconto "La congiura" di Gianni Colombo

Premio "L'incontro"

LA CONGIURA



II dottor Giacinto Spaziani e un suo collega del Dipartimento di Ricerca Spaziale, il dottor Ludovico De Gregorio, erano impegnati in un’animata discussione.
- ...non c’era proprio l’inclinazione esatta - diceva il primo, - l’ho calcolato, non c’era l’inclinazione necessaria per far scivo¬lare la penna da quell’astuccio.
- Ma come fai a saperlo esattamente?
- Ho qui i calcoli, ho considerato tutto nei minimi particolari. Ti dico che la penna non poteva uscire dall’astuccio.
- Hai fatto i calcoli, d’accordo, ma tieni presente che la realtà non mente mai, noi semmai sbagliamo ad osservarla. Nella nostra presunzione crediamo di conoscerla nei suoi minimi particolari, ma tu sai benissimo che non è così. Noi sbagliamo nei nostri giudizi, nelle nostre misurazioni, ma la realtà è sempre coerente con se stessa. L’unica possibile, incontrovertibile verifica per capire se qualcosa è vero o non vero è e resterà sempre il confronto con la realtà stessa. Da lì parte la nostra conoscenza e lì va a finire.
- Parli come un vecchio professore di filosofia, proprio come il mio, dopo che è stato colpito da un ictus. Ma cos’è secondo te la realtà?
- La realtà è la verità. E poi hai tenuto conto, per esempio, che l’interno dell’astuccio poteva essere unto, e quindi più scivoloso?
- Ho tenuto conto di tutto, anche con un ampio margine di possibilità contraria e d’imponderabilità. Ti assicuro, le cose non avvengono come crediamo noi. Hai mai letto del demone di Cartesio?
- Ma dai, adesso non farmi ridere.
- Lo dico solo per fare un esempio.
- Hai mai pensato che se la realtà esterna ci volesse veramente ingannare potrebbe farlo altrettanto facilmente alterando quei calcoli in cui tu credi tanto?
- Ti sto dicendo che solo quando noi non vediamo le “cose”, gli oggetti, la realtà c’inganna. Quando noi la osserviamo, la palpiamo, la verifichiamo, si comporta in modo ineccepibile, ovvero nel pieno rispetto delle leggi naturali intorno a cui sembrerebbe costruita.
- Stai parlando della realtà oggettiva come se questa fosse una persona come te o come me, oltretutto perversa e dispettosa.
- E’ proprio quello che sto cercando di farti capire. So che la cosa è difficile da accettare, io stesso me ne rendo perfettamente conto. Ti voglio solo convincere che nel comportamento delle cose c’è qualcosa che non torna. Per il resto, lascio a te e ad altri come te, ai filosofi o ai teologi se vuoi, la conclusione. Nondimeno, abbiamo entrambi studiato all’Università che gli stoici credevano, e gli stessi cristiani credono tuttora in una razionalità superiore che governa le cose. Ebbene, potrei essere abbastanza d’accordo con loro in linea di principio, ma a mio avviso trattasi, al contrario, di una razionalità inferiore e perversa, quasi di un dio minore che si volesse prendere gioco di noi. Hai mai riflettuto sul comportamento della natura che ci dà dei dolori insopportabili anche quando non possiamo fare nulla per rimediare ad un male, e come si comporta nei confronti delle donne in post-menopausa, alle quali toglie il calcio ed ogni protezione allorquando non servono più ai fini della procreazione e dunque alla volontà della specie, non dimostrando alcuna forma d’amore e ancor meno di rispetto per la loro dignità di persona?
- Va beh, forse hai ragione, ci penserò sopra - tagliò corto De Gregorio - anche se non n’era per nulla convinto. - Adesso, però, riposati. Stai prendendo troppo a cuore questa faccenda, a scapito del sonno e del riposo, e stai trascurando un poco anche il tuo lavoro. Dai retta a me. Prenditi una pausa, dormici sopra. Domani vedrai le cose in un’ottica diversa, diciamo... più benigna.
- Nessuno fino ad ora mi ha mai rimproverato di trascurare il lavoro, per cui continuerò imperterrito i miei studi, che considero fondamentali, anche se gli altri, forse, mi prendono per PAZZO. Anche Newton ed Einstein, all’inizio, furono presi per strambi o pazzi...
- Certo, non ti volevo né offendere, né rimproverare - De Gregorio sapeva bene quanto il suo collega fosse permaloso, - ti sto solo consigliando di non stancarti troppo, lo dico esclusivamente per il tuo bene. Del resto, le occasioni per discutere la tua teoria, diciamo... un po’ originale, non mancheranno di certo.
- Va bene, Ludovico, ti voglio dar retta, sai che ti considero come un fratello maggiore. Accetterò il tuo consiglio, non permetterò che la malvagità insita nella materia rovini anche la nostra amicizia.
- Ora sì che parli bene, intendo dire a proposito dell’amicizia, hai veramente ragione, l’amicizia è una cosa sacra. Cerca, però, di svagarti di più.
E stasera guarda un po’ la televisione con tua moglie. Non chiuderti, come fai di solito, nel laboratorio a stu¬diare i tradimenti dei piccoli, apparentemente innocui oggetti del nostro vivere quotidiano.
- D’accordo. Ciao Ludovico.
- Ciao Giacinto. A domani.

***


De Gregorio pensò che l’amico e collega poteva non essere nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Forse aveva lavorato troppo. Parlò di lui col direttore del dipartimento, ingegnere capo Severino Mazzone, il quale gli consigliò di riferire il caso ad uno dei loro psichiatri: il lavoro che svolgevano lì alla base era molto stressante ed era indispensabile dare un supporto psicologico al personale addetto alla ricerca, affinché la loro attività si svolgesse nella massima serenità possibile e con la maggior efficienza. Per questo gli scienziati erano affiancati da un numero limitato di psicologi ed anche di psichiatri di lunga esperienza e molto preparati. Poteva trattarsi di una semplice forma maniaco-depressiva non grave, pensò Ludovico, probabil¬mente Giacinto Spaziani, poteva ancora essere recuperato.

***


- Come si chiama questo suo collega? - chiese al dottor De Gregorio lo psichiatra professor G. Guzzoni.
- Giacinto Spaziani.
- Da ciò che mi riferisce, i dubbi del suo caro collega, e amico devo dire, visto che si preoccupa tanto di lui, non sono poi così originali. In campo accademico sarebbero una cosa più che normale. Ciò che non è normale è l’angoscia con cui il dottor Spaziani vive tale dubbio, animato com’è da una fede quasi cieca in una verità improbabile, peraltro tutta da dimostrare.
- Egli pensa addirittura che gli oggetti siano mossi da una volontà propria, oppure da un’intelligenza maligna superiore. Dice di avere dimostrato tutto ciò.
- Già... è questa una caratteristica costante di tutti gli alienati. Anche quelli, ad esempio,  che credono di avere scoperto il moto perpetuo sono convinti di avere le prove inconfutabili che la loro invenzione funzioni veramente... sì, funziona... funziona! Si sentono trionfatori come Archimede quando scoprì la legge sui corpi immersi in un liquido. Eureka, eureka! gridò, e ne aveva ben donde, ma per i tipi come il dottor Spaziani è soltanto un’idea delirante.
-  Spaziani crede in Dio.
- E con ciò?
- Ma in un dio imperfetto, limitato e a volte anche dispettoso, maligno, sadico perfino! Lo chiama “Colui che muove i fili”. Proprio così.
- Può trattarsi di una banalissima forma depressiva, quasi sicuramente monopolare, endogena e reattiva, non credo si tratti di psicosi. Non per questo, però, meglio curabile della paranoia e della schizofrenia. Purtroppo, per il momento, fino a quando non avremo studiato a fondo la causa di tale alienazione, non possiamo permettere che il suo collega prosegua con le ricerche spaziali: sarebbe troppo pericoloso, per lui e per noi. Con tutte le cautele del caso, cliniche, psicologiche ed umane, lo metteremo in un provvisorio stato d’isolamento. Ovviamente, prima di procedere a tale severa procedura gli psichiatri del Centro prenderanno tutte le precauzioni e le informazioni possibili sul suo conto.
L. De Gregorio fu invitato nuovamente dal prof. Guzzoni per fornire a questi tutte le informazioni possibili ch’egli era in grado di dare sul conto del collega. La sua deposizione fu registrata e fotocopiata, in parte archiviata, in larga parte lasciata a disposizione del collegio di psicologi e psichiatri che la doveva analizzare: occorreva agire con la massima precisione e discrezione, nonché oculatezza.

***


- Facciamo un esperimento - propose lo psichiatra, discutendo con G. Spaziani, - mettiamo un bottone nell’angolo, diciamo... sinistro di un cassetto e vediamo se si sposta da solo.
- D’accordo — acconsentì il fisico, senza tuttavia dimostrare molto entusiasmo per quel test.
Lo psichiatra, più che aspettarsi molto dall’esperimento, il cui esito dentro di sé dava già per scontato, aveva ben più interesse a studiare il comportamento anomalo del suo paziente, particolarmente anormale anche per questo suo atteggiamento privo di un vero interesse, palesando egli stesso in tale indagine psicologica molto più entusiasmo del suo esaminato.
Spaziani, a sua volta, aveva i suoi validi motivi per mostrarsi vagamente apatico e rassegnato, motivi che il medico, come tutti gli psichiatri, psicologi e psicanalisti, non mostrava minimamente di voler approfondire, essendo troppo sicuro di sé nel concentrare le sue attenzioni in una sola direzione e nell’escludere altre innumeri possibilità che la mente umana e  la  vita  e  le  infinite sfaccettature circostanziali non possono non fornire a chi abbia un briciolo d’intelligenza e di fantasia. Un motivo riguardava proprio il risultato dell’esame stesso. L’esperimento, è inutile dirlo, ebbe un esito negativo: il bottone non si mosse.
- Come la mettiamo, dottor Spaziani? - Esclamò lo psichiatra, guardandolo fisso negli occhi.
G. Spaziani, mantenendo un aspetto triste e rassegnato, com¬mentò brevemente, con un tono totalmente incolore, l’esito della prova: - Se le dico che mi aspettavo tale conclusione, lei mi crede?
- E perché mai non le dovrei credere? - rispose quest’ultimo, probabilmente barando anche con se stesso. - Però, il risultato gioca a suo sfavore. Lei sa darmi una spiegazione convincente?
- E’ molto semplice - esclamò il ricercatore, un poco rianimato,
- Il bottone non si è spostato perché è furbo.
- E lei crede d’essere più furbo di lui? - Incalzò il professor Guzzoni...

***


Lo psicanalista trasse dal cassetto una cartelletta e vi scrisse a lettere maiuscole e ben chiare, quasi cubitali, il nome del ricercatore amico di Ludovico, ovvero di Giacinto Spaziani. Il dottor Ludovico De Gregorio lesse in modo molto chiaro il nome del collega impresso sulla cartella e su diversi certificati stampati a computer. Firmò solo la sua deposizione, in cui si dichiarava persona informata sui fatti, per quel poco che poteva dichiarare e testimoniare in prima persona e per quanto la cosa lo amareggiasse: gli sembrava di accusare l’amico, benché in buona fede e con la migliore delle intenzioni, quasi avesse commesso un reato.
- Può firmare qua sotto? — gli chiese l’anziano professore.
In calce stava scritto ben chiaro, sebbene a piccole lettere, il suo di nome: Ludovico De Gregorio, sotto il quale appose per esteso la sua firma e la data.
- Può andare — proferì poi lo psichiatra, — ora non abbiamo più bisogno di lei. - Le indagini mediche si svolgeranno nella massima riservatezza, tuttavia, come amico, la metteremo al corrente appena ci sarà permesso dell’esito di tali approfondimenti e soprattutto sulla terapia adottata. Per il momento ci limitiamo a ringraziarla per la disponibilità e la fattiva collaborazione. Dopo di che lo scienziato, sebbene  tormentato  da ingiustificati scrupoli di coscienza e preda di un’inquietudine strana, che non riusciva bene a connotare, se ne tornò a casa per attendere al suo quotidiano lavoro e per ritrovare, dopo di questo, il piacere del riposo, degli svaghi e degli affetti.

***


“E’ strano”, pensò fra sé il dottor De Gregorio, rientrando fra le pareti domestiche, sicuro che quando aveva lascito l’abitazione, il mattino alle ore 9 circa, il posacenere di alabastro, il pesante portacenere di alabastro che sua zia Letizia gli aveva regalato tanti anni prima, fosse, come sempre, sul tavolino del soggiorno. Invece ora era posato sul cassettone della sua piccola camera di fortuna. La colf veniva da lui solo due volte la settimana: il martedì ed il venerdì, ed oggi era mercoledì. A meno che, per cause di forza maggiore o perché aveva dimenticato qualcosa, o altro, quel giorno era venuta fuori orario, per un fuori programma inaspettato. Telefonò alla ragazza, ma questa si mostrò stupita del fatto e gli assicurò che era rimasta tutta la mattina a casa propria ad accudire al figlio. “Beh...poteva sempre aver detto una bugia,” pensò fra sé, anche se non riusciva ad immaginarne la ragione. “Già, ma sarebbe troppo bello il mondo se si potessero scoprire in anticipo e fino in fondo le ragioni degli altri...”, concluse. Ma il fatto del posacenere fu solo uno dei tanti fenomeni strani che gli successero da quel momento in poi. Sulla sua automobile, alla quale nessuno poteva avere accesso, aveva trovato dei libri non suoi, e i bottoni maron della sua camicia color tabacco erano diventati improvvisamente blu. Ludovico riflette: “Aveva dunque ragione il suo collega o era stato in qualche modo contagiato dalla sua malattia?”. Non sapeva per quale delle due eventualità propendere, né quale preferire, se la scelta fosse dipesa da lui: entrambe risultavano decisamente poco edificanti.
Avvenne poi che lo psichiatra scrisse sulla sua agenda,  come aveva già fatto per la cartella davanti a Ludovico De Gregorio, il nome di Giacinto Spaziani non già come individuo in quarantena, ma come valido e coscienzioso collaboratore. Un bel giorno il collegio degli psichiatri stabilì che quest’ultimo era completamente pazzo, ma gli infermieri, assieme ai carabinieri, si recarono a casa del dottor De Gregorio, per internare lui con la forza. Dovevano obbedire ad un ordine ben preciso e non vollero ascoltare ragioni. Ebbe un bel protestare, un bel dimenarsi Ludovico,  dicendo  che si trattava di uno stupido equivoco, di un errore...  ma  questi  gli  dimostrarono  che  sul  registro  c’era  riportato proprio il suo nome, scritto a lettere chiare, in stampatello. Eppure egli era presente quando il professor Guzzoni aveva riportato quel nome, lo aveva visto chiaramente tracciare quelle lettere con inchiostro blu:  “Giacinto Spaziani”. La cartelletta era  la  stessa:  aveva  un angolo piegato ed una piccola macchia d’unto poco sopra. Ora, con l’identico carattere blu brillava, alla luce multidirezionale delle lampade al neon, il suo nome: “Ludovico De Gregorio”. Non c’erano tracce di cancellatura, o altro.

***


Ludovico non poteva difendersi, era come avvolto da una rete invisibile, una spirale maligna che non gli permetteva scampo, preda di una congiura, voluta o casuale che fosse, chiuso idealmente in un velo di plastica trasparente, da cui né parole, né grida, né gesti potevano fuoriuscire. La sua rabbia, la rabbia del giusto, venne presa per pericolosa aggressività, tipica della sua malattia. Ovviamente, gli vennero somministrate delle medicine molto forti, degli psicofarmaci che gli tolsero lucidità, ai quali cercò di ribellarsi, con l’unico risultato di venire bollato defini¬tivamente come soggetto asociale e violento... Intanto pensava: “Giacinto si sarà senz’altro accorto che lui, il suo migliore amico e collega era stato ricoverato al suo posto. Forse era talmente assorbito dai suoi esperimenti e dalle sue idee ritenute deliranti da non avere neppure il tempo o la voglia di prendere in considerazione tale esito, oppure lo aveva fatto velatamente. La cosa al suo caro collega stava anche bene: altri subivano angherie al suo posto, mentr’egli poteva continuare i suoi studi in tutta tranquillità. Per lui la ‘causa’ era troppo importante!”. “Del resto”, pensò: “perché prendersela con lui?”. Il suo collega aveva più volte sostenuto: “Non ha senso accusare automi o burattini”.

***


Ludovico alternava momenti di lucidità a momenti di profondo smarrimento e depressione. In un pomeriggio come tanti altri (era ormai ricoverato da quasi undici mesi) vide, ad un certo punto, il suo orologio uscire dal cassetto e posarsi dolcemente sul davanzale della finestra. Ora il fenomeno, “la congiura” (come la chiamava Spaziani) non era più qualcosa che si dovesse tramare di nascosto, ma avveniva in modo sfacciato, davanti ai suoi occhi...
- Guardi! - disse all’infermiere, che per la lentezza dei suoi riflessi non fece in  tempo  a  girarsi  per cogliere il successivo movimento: l’orologio, dal davanzale della finestra, attraverso le sbarre, aveva spiccato il volo verso il cielo azzurro, poco luminoso in quel pomeriggio d’autunno, ma che a Ludovico parve stupendamente terso, abbagliante persino, e magicamente infinito. L’infermiere lo osservò perplesso e un poco amareg¬giato, pensando che le sue condizioni, come avveniva un po’ a tutti lì dentro, fossero un tantino peggiorate. -





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