Racconto di Carlo Lorenzini - Poesia e Narrativa

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Racconto di Carlo Lorenzini

Premio "L'incontro"


Questo racconto ha vinto il Premio Editoriale "L'Incontro" - XIV EDIZIONE - Anno 2009 -
Sezione C, con la seguente motivazione:


"La narrazione articola, intorno ad una vicenda minima e gioiosa, l'evocazione di un mondo incantevole, facendo ricorso ad un descrittivismo gustoso e affascinante. La vita contadina, spogliata di nostalgie passatiste e nel contempo degli orrori inaccettabili a cui solitamente viene accostata, assume in tempi vicini ai nostri una reale alternativa di riconquista della misura esistenziale, in una ragionevole rivalutazione di ciò che conta. La protagonista femminile è ritratta con la dovuta attenzione novellistica e risplende, negli aspetti fisici quanto nella puntigliosa caratterizzazione interiore, quale centro di un bozzetto felice, lontano da sovrastrutture sociali o sociologiche e da complicanze fuorvianti. Una maniera diversa e profonda per scrutare brevemente la dimenticata semplicità della vita ."


TUTTI I SORRISI DI GRAZIA

Il suono della sveglia l'aveva destata. Le sembrava di aver dormito molto. Un sonno profondo, senza interruzioni. Aveva anche sognato. Che lei era assieme a Rustico. E che correvano, si rincorrevano e ruzzavano per i maggesi pieni di verdi e di colori. Si rotolavano. Che poi lei rimaneva supina a contemplare l'azzurro del cielo e l'azzurro dei suoi sogni. Mentre il cane la guardava ed era impaziente ed era giovane e non capiva. Lui voleva correre e giocare. E poi il tuffo al cuore, nel sogno, quando improvvisamente vide che a contemplarla supina non era il cane Rustico. Ma era Tonio. E che lei si sentiva indecente. Perché per le corse e le capriole, aveva i vestiti in disordine e le trecce sfatte e poi era ancora a letto che dormiva... E poi non era il primo di Maggio. Ma lui, Tonio, continuava a guardarla, nonostante lei lo implorasse di non farlo.
Comunque, ripensando al sogno sorrideva... Soprattutto per come aveva sognato il suo cane, povero Rustico! Che non era più giovane purtroppo. Ora aveva i suoi anni. E, specie di questa stagione, invece di correre per i maggesi, se ne stava tutto il giorno a poltrire all'ombra sotto la grande quercia, oppure sotto il tiglio, assieme al gatto.
Rustico era arrivato da loro che lei era del tutto bambina; e lui era cucciolo cucciolo. Che ancora (glielo raccontava poi la mamma) aveva nostalgia del podere di provenienza, dove aveva vissuto assieme ai buoi e alle vacche con la mamma e i fratellini; e dei nuovi padroni per un po' non aveva voluto vedere nessuno e se ne stava sempre nascosto negli angoli più appartati della casa. Che appunto per questo lo avevano chiamato Rustico. Ma poi diventò il cane più affettuoso e giocherellone di questo mondo. Specialmente con lei, Grazia, la sua padroncina, che erano come fratello e sorella. Lui un lupo tutto nero e poderoso. Lei alta e slanciata, sul castano chiaro, quasi bionda, occhi pure chiari, che se non ci fosse stata la terra a modellarla e a indurirla, sarebbe cresciuta su fragile ed estenuata alla maniera di certe ragazze che si vedevano nei giornali di modelli per le maestre sarte. E quando lei incominciò ad andare a scuola, lui prese l'abitudine di accompagnarla fino allo scuolabus che passava proprio nella strada vicinale e si fermava in fondo al loro lungo viale dei cipressi. E il lupo, quando vedeva avvicinarsi la macchina, fremeva e poi guaiva e ci voleva un rimbrotto della padroncina per fargli riassumere la compostezza dignitosa di un cane saggio e per bene. E poi, lei salita, lui se ne tornava a casa mogio mogio...
Sorrideva, ma in modo molto diverso, con un certo battito del cuore, del fatto che aveva sognato Tonio. Era figlio dei vicini di podere; il podere al di là della strada vicinale; aveva qualche anno di più di lei; aveva studiato e si era diplomato alle Capezzine; amava la campagna ed era esperto nei problemi dell'agricoltura; e non era un mistero per nessuno che aveva un debole per lei. La quale, però...
Lui si chiamava Antonio. In famiglia il suo nome era Tonio. Ma gli amici lo chiamavano affettuosamente Totò, dato il suo difetto di essere un po' balbuziente, specie in certe situazioni di disagio. E spesso, quando diceva di chiamarsi Tonio, non riusciva a dire il suo nome subito per intero. Ma aveva bisogno di una allitterazione di appoggio, 'to tò nio', che lo indicava senz'altro con il nome dì Totò. Provò a ripensare a tutto il tempo in cui lei... "Io? Uno che balbetta?".
Il pensiero di Tonio la svegliò del tutto. Sì ripeté ad alta voce: "Io, uno che balbetta!?". E, ripensando a come era andata a finire, sorrise della propria ingenuità. È proprio vero come dice il proverbio: che l'uomo propone e dio (in questo caso il dio Amore) dispone. Accese la luce. Erano le sei. Glielo diceva la grossa sveglia 'Veglia', che era stata dei poveri nonni; con quei numeri grandi e quel ticchettio scandito e sonoro, che tanto decisamente la sera l'accompagnava ad entrare nel sonno.
Era l'ora che si doveva alzare. Il sole, lui, in quella fine di giugno, si era già alzato. E anche i genitori si erano già alzati. Ed erano già nel podere. C'era, nel vigneto, la sfrondatura delle viti. C'era da ripulire gli ulivi dai polloni. Ed eravamo prossimi alla mietitura... Il daffare non mancava...

Presto fu in piedi rivestita della lunga camicia da notte, in cotone. C'era abituata a dormire così, affidata alla carezza di quell'indumento dalla stoffa fine e delicata e dal leggero profumo di lavanda.
Andò quindi nel bagno. Si tolse la camicia. Fece toeletta. Si rivestì. Fino alla sottoveste. Poi si ammirò nello specchio; ammirò l'armonia di tutta la sua figura. Se ne compiacque. Del seno, soprattutto. Maturo e ben rilevato. Percorrendone con le mani e con lo sguardo la linea, sorrise una terza volta, pensando ad Amanda che glielo invidiava: "Io, invece, guarda!, sembro un maschio...". E, in quanto a seno, sembrava veramente un maschio, se non fosse stato per la dolcezza tutta femminile del suo sguardo e per quel suo morbido atteggiarsi di tutta la persona, che facevano subito capire anche troppo bene che non era un ragazzo. Amanda. Erano state compagne di banco per tutti e tre gli anni delle medie. Ed erano state amiche. E continuavano ad esserlo... Poi, guardandosi ancora, diventò tutta rossa, perché immaginò (desiderò?) che dietro di lei a contemplarla in quello specchio ci fosse Antonio... Lo sguardo di Antonio... Sentì di sotto Rustico che abbaiava. Ritornò in sé. Si rimproverò la facilità con cui si perdeva dietro i pensieri. Rientrò in camera. Indossò la gonna. Si infilò il golfino. Calzò i
sandali da casa. E andò ad aprire la finestra.
Aperto, subito salutò Rustico. Che salutò lei con un abbaio e con uno scodinzolio in tutto degni dei bei tempi antichi. Dormiva in una comoda cuccia proprio lì sotto. E lo aveva imparato l'orario delle sei. Per cui, se la padroncina tardava ad aprire la finestra, lui abbaiava. Ma se l'apriva, abbaiava lo stesso, per salutarla. Poi ammirò il cielo laggiù ad oriente che era tutto uno sfolgorio; e la campagna che era nel suo pieno trionfo del verde; i prati erano in fiore; e nel cielo un andirivieni di voli, che gli uccelli sembravano impazziti; forse li ubriacava il nettare delle ciliegie che ancora alcune occhieggiavano rosse e luminose dal verde oscuro del fogliame; e il dolce del grano, che biondeggiava ormai maturo e ondulato in immense distese. A proposito delle ciliege, Amanda, come già gli anni precedenti, si era invitata a mangiarne. Glielo aveva promesso, quando si erano incontrate ed erano state insieme il giovedì precedente al mercato. Non erano più compagne di scuola e non erano più nel banco insieme... Ora sedevano in due banchi della vita molto diversi... Amanda ormai sedeva nei banchi del Liceo su in Fortezza... Mentre lei, Grazia, sedeva direttamente nei banchi della vita... Ma l'amicizia era rimasta e la studentessa amava di essere ospite di Grazia. Diceva: "Nel silenzio e nei profumi della tua campagna". E Grazia sorrideva compiaciuta e orgogliosa.

Si levò dal davanzale. In un attimo si rifece il letto. Rassettò la camera che del resto era sempre in ordine. Ci teneva Grazia ad essere ordinata. Anche a scuola l'avevano apprezzata, oltre che per la sua intelligenza, per questo suo amore per l'ordine e per la precisione. Ordine e precisione che lei aveva appreso dalla Natura in mezzo a cui viveva. Con le sue leggi inderogabili e con i suoi ritmi sempre uguali. La Natura l'aveva istruita. La Scuola l'aveva ingentilita. Presto, con gli anni, aveva imparato che attorno a lei c'erano individui; caricati dei tre fatti fondamentali della loro esistenza: la nascita, la crescita, la morte. Tre atti. Un dramma. La scuola, e con la Scuola il suo Cristianesimo, l'avevano educata ad essere prossima di ogni individuo in questi tre momenti della sua avventura della vita. Le avevano insegnato l'amore. L'amore per questa sua terra. La terra e gli animali. Gli animali e le piante. Il cane Rustico; il gatto Attila. Il maiale nel porcile; le galline, le oche e i tacchini nel pollaio; la mucca ed i buoi nella stalla. E tutte le piante che davano frutti; e anche quelle che non davano frutti, ma solo profumi e colori. Ed ora era del tutto in grado di collaborare come massaia alla vita della piccola fattoria. Dopo le scuole dell'obbligo, che lei aveva amato e di cui sentiva nostalgia, era inteso che non avrebbe continuato e che avrebbe lavorato. E quando quel giorno era tornata da su in paese con la notizia dell'ottima promozione nell'esame di licenza media, il padre a cui lo aveva comunicato per primo, si era congratulato con lei, le aveva sorriso e le aveva semplicemente detto "Ora sei stata promossa grande, figlia mia, ora puoi lavorare". Mentre la mamma l'aveva abbracciata commossa e non aveva saputo dire niente.
E così nelle sue giornate dalla mattina alla sera, lei faceva tutte la cose che facevano anche i suoi genitori; e che avevano fatto i nonni; e i suoi antenati. Ma le faceva con un differente approccio. Lei per esempio ogni animale lo chiamava con il suo nome; ed era giusto, perché ogni animale era un individuo, sentiva e aveva la sua personalità. Fu lei a dare il nome di Attila al gatto. Ma anche il maiale giù nel porcile aveva il suo nome, Burbero, perché scontroso e diffidente; e anche la mucca giù nella stalla e i due buoi avevano un nome, che li individuava nelle loro caratteristiche: la mucca si chiamava Mansueta, per la sua natura docile e per la pazienza con cui ogni volta se ne stava buona ad ascoltare le confidenze della ragazza; e ai due buoi, che mai si separavano nella loro attività, sempre insieme nelle fatiche e nei riposi, quali nomi più appropriati che Oreste e Pilade? E anche gli abitanti del pollaio, non erano massa indistinta, erano individui; e, nell'ambito del comportamento generale che attiene a ciascuna specie (la signorile aristocrazia dei tacchini, la invadente rumorosità delle oche, la pavida scompostezza delle galline), ciascun individuo aveva la sua caratteristica di riconoscimento. E poi, pensava, non è vero che gli animali non 'sentono': gli animali sentono; sentono il dolore, sentono il benessere, sentono l'amore. E sentono anche l'altra cosa... Diversa, infatti, è l'atmosfera nel pollaio quando lei si presenta semplicemente per portare loro il mangiare: c'è subito movimento e allegria; diversa l'atmosfera di quando lei si presenta per procedere a uno o più sacrifici; allora nel pollaio c'è un silenzio di morte; ognuno di essi sa quello che gli può riservare la sorte e cerca di defilarsi. Poi, una volta che la scelta è stata fatta, non c'è pietà per chi cade: attorno alla muta accettazione dei malcapitati ritorna la solita allegria e spensieratezza.
Anche lei fa le stesse cose che fanno i genitori, che facevano gli antenati. Anche lei ha imparato la necessità di uccidere. Ma lo fa con quel cordoglio che ognuno sente per la perdita di un amico.
Quando il maiale la sente entrare con il secchio della broda, subito se ne esce fuori dal suo abitacolo e le viene incontro nello slargo del porcile dov'è il truogolo. Accoglie la ragazza con un grugnito che ha tutta l'aria di essere un rimprovero; come a dire che è già da un po' che lui ha una gran fame; mentre intanto con quei suoi occhietti piccoli e tondi ora guarda il secchio ora guarda lei. E lei, come ad una persona capace di comprendere gli rimprovera questa sua rozzezza, questa sua scontrosità (ma ha il sorriso nelle parole, perché, in fondo, Burbero è simpatico): "Ora, ora mangi, Burbero, sta tranquillo! Non muori di fame, ingordo che sei!". E dicendo gli versa il ricco contenuto del secchio nella mangiatoia. Lui subito si abbuffa a grufolare. Grugnendo e dimenando la coda. La quale, pur movendosi soddisfatta, certo non riesce a creare le ampie ed eleganti volute di un'aristocratica coda di cavallo. Grazia lo guarda pensosa. Affogato nella sua lussuria (ma forse 'lussuria' non era nel vocabolario della nostra Grazia; come, del resto, non c'erano molte altre parole, che l'autore usa in questo racconto), Burbero non pensa alla sorte che gli toccherà fra qualche mese. È contento della sua densa broda. D'altro non gli importa... Ma lei... Lei avrà le lacrime agli occhi e l'angoscia nel cuore, quando verrà il giorno in cui affideranno le ultime ore di Burbero ai norcini. E poi in lei, negli orecchi, per un bel po' di tempo, le risuoneranno gli strilli disperati dell'animale nell'imminenza dello scannamento.
Anche l'uccisione dei tacchini è una pratica sommamente angosciosa. E com'è possibile uccidere quel tacchino, che, mentre tu coglievi le olive, lui, chiocciando chiocciando, ti è sempre venuto dietro di albero in albero e ti faceva compagnia in quella solitudine della campagna invernale? Lo avevi accettato come compagno; gli parlavi, anche; gli confidavi le tue cose... E poi un brutto mattino vai giù e... Ma come è possibile?

Ma ora doveva uscire. Doveva andare di là in cucina. Toccava a lei al mattino preparare perché la vita nella terra continuasse.
Il gatto Attila, appena la vide entrare le si mise alle costole. Erano già passati per la cucina i padroni. Avevano preso il caffè, il caffè d'orzo, prima di uscire. Ma lui non s'era mosso dalla sua cuccia dove dormiva la notte, accanto al focolare. Sapeva che la pappa era compito della padroncina. E sapeva che prima sarebbe scesa fuori; per slegare Rustico; per aprire e dare aria alla stalla; per liberare le galline, le oche e i tacchini, che avrebbero sciamato nel podere rumorosamente e disordinatamente con il fracasso di un esercito in rotta: e che infine per entrambi, lui e il cane, ci sarebbe stata la colazione.
Mentre poi i due scrocconi mangiavano, lei riavviò il fuoco nel camino, appese sopra la fiamma a cuocere il paiolo con l'impasto per il maiale. Levò dal tavolo le tazze dell'orzo dei genitori. Preparò per la propria colazione una zuppa di pane tostato nel latte e caffè. Mentre mangiava (i due compari avevano già finito), il cane le si mise ai piedi. Mentre Attila saltò ad accovacciarsi sulla seggiola alla sua destra. Glielo aveva dato lei, già lo sappiamo, il nome di Attila. Perché da cucciolo era un vero flagello per la casa. Era dappertutto e dappertutto faceva danni e poi fuggiva a nascondersi. In seguito era diventato un gatto tranquillo. Un gatto affettuoso. Che durante il giorno le faceva compagnia. Ora ogni tanto, mentre mangiava, lei lo guardava, con un sorriso di simpatia e di tenerezza. Pensò che era anche il beniamino di Antonio... Alzandosi e allungandogli una carezza, esclamò: "Caro Attila, io uno che balbetta?! Ma la colpa è anche un po' tua... Le fusa che gli facevi (e che gli fai...), filone!, quando veniva qui e si metteva a chiacchierare con il babbo; che poi lui alla fine ti prendeva in braccio e ti accarezzava; e tu accoccolato sulle sue gambe, con quel tuo 'ronròn' di soddisfazione e di benessere...
Alzatasi, andò a rigovernare la tazza del suo caffelatte. Preparò sul tavolo sopra una candida tovaglia tutto il necessario per la colazione dei genitori, verso le nove: pane, prosciutto, salsicce, formaggio e vino... Andò nella dispensa, preparò le granaglie e le farine per i polli. Ritornò in cucina. Si interessò all'impasto del maiale che intanto cuoceva... Di nuovo le venne in mente la sua compagna di scuola: "Chissà a quest'ora Amanda!?', pensò. "Ormai le scuole sono finite... Certo dormirà ancora. Lei non aveva un podere a cui dover pensare... Diceva, a volte, quando vedeva Grazia lavorare: "Tu sei brava! Io non so fare nulla... Nemmeno lavarmi un bicchiere. Nemmeno cuocermi un uovo...". E si vedeva dalle sue mani, che servivano quasi solo per essere belle delicate e per essere ben curate. Oppure a volte diceva: "Quando non c'è scuola, a me piace dormire... Certe domeniche dormo fino alle undici o addirittura a mezzogiorno... D'estate poi...": "Fortunata te!", commentava Grazia, sorridendo. La quale, in realtà, non invidiava Amanda. E infatti lei sapeva cuocere più che un uovo. Molto di più. Dalla tradizione e dalle competenze dei nonni e dei genitori, crescendo, aveva imparato quasi tutto della vita in un podere. Anche la cucina. Sapeva fare il pane in casa e sapeva cuocerlo nel loro piccolo forno a legna. Che quando lo toglieva, ed erano pani grandi, pieni di colore, di profumo e di sapore, ognuno con la sua croce sopra, quando lo toglieva, lo guardava compiaciuta e diceva: 'Il mio pane!'. Oppure sapeva tirare la sfoglia allo spessore della trasparenza, per i taglierini, le tagliatelle oppure le lasagne; oppure per fame pasta al forno, che, fra i due strati di sfoglia finissima, ti veniva fuori un pasticcio di sugo, besciamella, parmigiano, da fare invidia ai più grandi cuochi. Oppure nell'arte degli arrosti. Quando si facevano i pranzi, in occasione della festa del grano, o del vino, oppure dell'olio, lei diventava la regista di tutta l'operazione che riguardava gli arrosti... Allora tutti dipendevano da lei, tutti si rivolgevano a lei... Era esperta anche nel manipolare dolci (le sue crostate, di cui proprio Amanda era ghiotta); nel preparare marmellate.
E neanche la invidiava per la possibilità che aveva di dormire di più... Perché in realtà Grazia non poteva stare a letto a lungo, dopo che s'era fatto giorno... Le piaceva troppo nel fresco estivo del mattino, quando i profumi sono colori pieni di luce, inebriarsi del vivo variopinto e musicale della campagna; oppure, durante il freddo invernale, guardarla la sua campagna dai vetri delle finestre; e contemplarla immersa in una bruma di stupita desolazione: un uccellino solitario, magari un minuscolo pettirosso, con il suo cinguettio muto, saltella sul noce spoglio; poi vola sui rami stecchiti del ciliegio; quindi scende fra le nere trame della vite; infine va a nascondersi nelle fratte di un sempreverde, candido di brina mattinale; da cui improvvisamente riesce, per salire in alto e perdersi, nero, nel bianco dell'aria nebbiosa. Infine, tutto attorno è fermo e silenzioso. La vita si riposa.
Semmai ad Amanda invidiava la scuola. Avrebbe voluto continuare dopo l'obbligo (Antonio aveva continuato ed ora lo chiamavano dottore). E anche la mamma avrebbe voluto... Ma il babbo, innamorato del suo podere, sognava per questa sua terra, ingrandita in futuro per ulteriori acquisti e da un buon matrimonio, uno stato di Azienda agricola, diretta dalla competenza pratica, dall'intelligenza e dall'amore della sua Grazia; e, se il buon giorno si vede dal mattino, dalla professionalità del genero Antonio.
Avrebbe voluto continuare negli studi... Ma per ognuno di noi è segnato un suo destino...
Un destino che per lei era stato ribadito il primo maggio scorso.

Che testa leggera la sua! Come era sempre in movimento! E il più spesso fra le nuvole...

C'era piuttosto da pensare al maiale, agli inquilini del pollaio, agli ospiti della stalla. E il tempo... passava! Ma come non ritornare spesso al ricordo di quel fatidico giorno? E quando capitava, il sorriso era più ironico nei confronti di Grazia.

La giornata del primo maggio, appunto...
Ma chi lo avrebbe detto che sarebbe finita così, mentre loro due, lei e Amanda, ritornate, per l'occasione, due giocherellone allegre e scanzonate, come ai tempi in cui erano nel banco insieme, giravano per la fiera, ammirando e destando ammirazione, per quanto era possibile in quella angosciosa ressa di gente?!
Poi ad una cert'ora, Amanda aveva voluto accompagnare a casa l'amica: "A rinfrancarci alquanto nella pace della tua campagna!". Giunsero, che i genitori di Grazia erano già tornati. Fu a quel momento che il babbo informò la figlia che Antonio avrebbe cenato da loro, a mangiare pecorino e fave. Mentre loro arrivavano, lui, infatti, il babbo, ritornava dall'orto con il paniere delle fave: baccelli lunghi e snelli, pieni di frutto, profumati di verde: "Lo sapete chi viene a cena stasera?'. Poi, di fronte alla curiosità delle ragazze, raccontò brevemente: "Ci siamo incontrati con Antonio su in fiera... Abbiamo parlato di fave, che ai banchi delle verdure ce ne erano a montagne e che tutti ne comperavano, e che anche noi ce le avevamo, tante e belle; e lo abbiamo invitato a mangiarle questa sera... Per farlo decidere per il sì abbiamo insistito... E finalmente ha ceduto ...... Quindi, rivolto ad Amanda: "E anche lei, signorina Amanda, se si vuol fermare a cena con noi, staremo bene tutti insieme...". Ma Amanda si scusò. Anche loro erano a cena da amici... E lei doveva andare, che era già tardi... Poi, quando le due amiche furono di nuovo sole, a tu per tu per salutarsi, Amanda disse: "Se mi fermassi, sarei un'intrusa, ti disturberei...
Io lo vedo già. Questa se séra ti fa farà la di dichiarazione e tutt'insieme chiederà la tua ma màno". E le due ragazze risero. E il suono si propagò fresco nel tiepido silenzio della campagna, che era vicina all'imbrunire. Ma i due cuori che ridevano non ridevano con la stessa spassionata indifferenza.
Antonio, dunque, non era riuscito a dire di no. Infatti, mentre cercava di declinare l'invito (e lo aveva fatto tutto d'un fiato, col terrore di incespicare: "Oh, signor Fernando e signora Bruna, voi mi confondete... Sarò di disturbo a voi e alla signorina Grazia, che avrà i suoi amici da invitare..."), aveva nella mente la figura di Grazia. Che se la portava sempre appresso nelle sue faccende durante il giorno e nei suoi sogni durante la notte. Da quant'era che ne era innamorato? Gli sembrava da sempre. Certamente da quando si incontravano alla fermata dello Scuolabus; e che poi, fin che la macchina non arrivava, lei giocava con il suo Rustico; mentre lui in disparte, ignorato e silenzioso, ascoltava la voce di lei così sciolta e argentina; e ne contemplava la personcina; che era graziosa e piena di seduzioni, proprio in armonia con il nome di Grazia con cui la chiamavano. Lui era poco più che bambino, ma la figura di lei gli entrò dentro nel cuore e non se ne poté liberare più; e a mano a mano che passava il tempo e che lei diventava sempre più bella e più donna il suo sentimento diveniva sempre più ostinato. Ed ora che lei era nella piena luce dei suoi diciotto anni, e lui ne aveva ventuno, avrebbe voluto magari fermarla e dirle "Grazia, io...". Ma il pensiero che certo avrebbe incespicato, lo dissuadeva da ogni tentativo di dichiarazione d'amore. Anche se... A volte provava a ripetersi la frase fra sé e sé; e allora le parole uscivano sicure e limpide dalle sue labbra, senza un'impuntatura... Fra sé e sé... Ma, in presenza di lei, mentre lei magari lo guardava oppure gli sorrideva, cosa sarebbe successo? Come se la sarebbe cavata? Comunque, nonostante le previsioni non troppo ottimistiche, la seduzione dell'occasione fu più forte della paura.
Per cui, quando si separarono, loro, i genitori, andarono per un chilo di porchetta, da aggiungere al pecorino, che già era in casa... E Antonio al banco dei dolci, per un presente ai suoi ospiti... Era confuso e non sapeva cosa prendere. Qui, dopo l'emozione, la sua balbuzie esplose in tutta la sua crudezza. Gli tremavano anche le gambe. E i venditori che si erano accorti del disagio (ma non pensavano che fosse angoscia d'amore... La franchezza dei giovanotti di oggi!), lo aiutarono, indicandogli le varie specialità sul banco: brigidini, zucchero filato, cioccolato delle varie qualità, torrone classico, oppure morbido, croccante di nocciole, di mandorle, di noci oppure di noccioline, frutta candita, noccioline, lupini salati... Finalmente (più che a dire riuscì ad indicare) si fece preparare una confezione di specialità assortite.
E così, bisognava darsi da fare per l'ora di cena. Nessuno oramai in casa ignorava che quella serata, nata quasi per caso, sarebbe stata una serata importante.
Tutti a parole si mostravano indifferenti; e dialogavano fra loro, come se a venire a cena fosse un semplice amico abituale. Ma nei fatti ciascuno si comportava come se l'invitato fosse un ospite di grande riguardo e che dalle sue parole dipendesse l'avvenire della piccola famiglia. Il babbo, che aveva raccolto le fave, le lavò, in modo che ciascuno potesse mangiarle sbucciandosele di persona; poi le mise sul tavolo in due cestini, a portata di mano dei quattro commensali; pulì il pecorino e lo affettò; lo mise in due piatti; lo stesso fece per la porchetta e per il pane; scelse il vino migliore bianco e rosso. Grazia (amor che a nullo amato...) andando in giro per la cucina non lo sentiva balbettare; ma aveva davanti agli occhi quel suo corpo alto e slanciato di uomo nel pieno fiorire della sua gioventù; e quella sua figura già così dolcemente austera del nobile contadino; e quel suo sorriso buono, quando veniva qui e salutava e parlava con il babbo; e quelle sue mani aristocratiche, quando dolcemente accarezzava la morbidezza di Attila... Grazia... preparando la tavola con l'ampia tovaglia bianca a riquadri rossi e le stoviglie stampate a disegni vistosi, espresse in modo semplice e spontaneo la propria identità e quella di Antonio; la loro qualità di contadini di antica tradizione. Mentre la massaia si preoccupava di preparare la cena normalmente programmata: pollo e coniglio fritti, con patate fritte: "Perché lui è un giovanotto e quando è a tavola vuole mangiare".
Infine il giovanotto arrivò.
Ammirarono i dolci artigianali (la signora era ghiotta di torrone morbido e di cioccolato con le nocciole); li disposero elegantemente in un piatto, accanto alla crostata che Grazia aveva confezionata per l'occasione della fiera. Poi si
misero a sedere. Il babbo e la mamma uno di fronte all'altra ai due lati brevi del tavolo; Antonio di fronte a Grazia; che era anche la maestra della cena, ai due lati lunghi. Parlarono, all'inizio, di cose indifferenti: della grande fiera del primo maggio e della gente che vi affluiva da ogni parte; e della tradizione di mangiare fave e pecorino; poi ciascuno parlò dei problemi del proprio podere, fra cui del fatto che nel podere di Antonio le fave non avevano granito; ci furono complimenti alla cuoca, per il suo fritto; ci furono elogi per il vino, per il cacio, la porchetta, le fave... in un'atmosfera che voleva essere allegra e indifferente... ma che non lo poteva essere; perché in ciascuno c'era la tensione dei momenti importanti... e soprattutto c'era Antonio che mangiando beveva, perché nel vino cercava un buon alleato in questa sua avventura; e, più che conversare, guardava; guardava Grazia; e in quegli sguardi, assieme allo stupore di un miracolo, c'era l'angoscia dell'impotenza, che il vino esaltava; come di chi è rivolto ad una meta che sente irraggiungibile. Poi ad un certo punto il giovane diventò del tutto silenzioso e si raccolse in sé, come chi si concentra
per esibirsi in un supremo sforzo di trionfo finale. Tutti nell'attesa tacquero. Grazia teneva la testa abbassata: non sapeva dove guardare. I genitori un po' si guardavano fra loro, un po' guardavano al giovane e un po' alla ragazza.
Rustico, quasi disturbato da quel mutamento di atmosfera, rimarcò il momento, con un breve abbaio sommesso. Attila, animale divino, rimase acciambellato nella cuccia, immerso nella sua suprema indifferenza... Finché improvvisamente Antonio si alzò in piedi ed esordì: "Si sìgnor Fernando e...". Allora: "Oh, Antonio!", esclamò Grazia; alzandosi in piedi anche lei. Poi aggiunse: "Mamma, babbo, lo dico io quello che sta per dire lui...". E, di fronte alle espressioni interrogative dei genitori e anche di Antonio, che si era fermato nel suo dire, andò dall'altra parte del tavolo e si mise accanto al giovane, in piedi anche lei; quindi, il cuore sgombro da ogni incertezza, prendendo su di sé, e annullandola, la balbuzie di lui, gli occhi accesi della donna che guarda in faccia il suo futuro e ne gioisce, disse a voce alta e bruciando ogni negativo al fuoco dell'amore: "Io, To tònio. a à amo Grazia e vo vò rrei chiedere la sua ma mà no". E i genitori avevano gli occhi lucidi. Antonio li aveva pieni di lacrime. E lei, dopo la dichiarazione, che la sciolse, lei piangeva abbracciata a lui, singhiozzava forte, un pianto di gioia e di liberazione.
Uscendo dalla cucina con il secchio della broda per il maiale e dell'impasto per i polli, la investì una dolce fragranza di tiglio. Il tiglio, all'ombra del quale, frequentemente, ora che eravamo nella buona stagione, il babbo e Antonio si sedevano spesso a chiacchierare. Scendendo le scale, vide il babbo e la mamma che venivano per la loro colazione. Si ricordò che per il pranzo doveva fare la sfoglia e che era in programma il minestrone di verdure. Poi ebbe il suo daffare con Burbero, con Mansueta e i due amici, Oreste e Pilade; infine con l'aristocrazia scontrosa dei tacchini, con la rumorosa invadenza delle oche e con la plebea scompostezza delle galline.
Prima dì rientrare su in casa, passò dall'orto, per un mazzo di bietole, qualche zucchino, alcune foglie di basilico, un ciuffo di prezzemolo, alcune cipolle, un bulbo di aglio; passò quindi dalla cantina per un po' di patate... Infine, fu pronta per entrare di nuovo in cucina alla preparazione del pranzo. Salendo le scale, ancora sorrideva, fra sé e sé. Perché pensava ad Antonio e al minestrone. Che ne era ghiotto. Che poi la sera, quando ne era rimasto dal giorno, lui di fronte all'armonia di quegli aromi, non sapeva resistere e si invitava a cena. E che lei gli diceva: "Se non ci fosse il mì mì nestrone, non ti fe férmeresti, vero? Per me non lo fa faresti!?...". E poi ridevano entrambi. E in entrambi il cuore era sgombro da ogni possibile nube, perché era un cuore innocente e pieno di dolci speranze.


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