Racconto di Giovanni Pieri - Poesia e Narrativa

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Racconto di Giovanni Pieri

Premio "L'incontro"

L'AMERIANO



I


Sabato è sempre stato il mio preferito. Lo è d'inverno, perché è il primo giorno di riposo dalla scuola ed i compiti possono attendere la domenica per essere fatti, ma lo è anche d'estate perché, alle h. 12,00 in punto, nel bel mezzo della piazzetta del paese, arriva la corriera dalla città.
È un po' come la diligenza nel vecchio west. In un posto sperduto fra le montagne della Toscana come il nostro, dove si vedono sempre le stesse facce e non succede mai niente di nuovo, fermenta la speranza e la curiosità di scoprire chi scenderà da quel trabiccolo a quattro ruote.
Il momento più emozionante è la mezz'ora che precede l'arrivo. Mi siedo all'aperto fra i tavoli del bar di Gigi, sorseggio un'aranciata, osservo l'imbocco della piazza e sogno di vedere arrivare un'intera squadra di calcio di serie A per un ritiro estivo ad alta quota, oppure una donna bella e simpatica che possa far innamorare il babbo e farlo tornare felice come un tempo o, ancora, una famiglia che abbia deciso di stabilirsi quassù, con un ragazzo di dodici anni come me, che potrebbe diventare un nuovo compagno di giochi. Ma poi le attese vengono sempre deluse e dalla corriera finiscono per scendere soltanto qualche fugace turista o i soliti paesani di ritorno dalla città dopo una settimana di lavoro.
Quel caldo sabato di fine luglio, però, il clima brioso dell'attesa si respirava ovunque. Il babbo sedeva con le gambe accavallate ed in maniche di camicia all'ombra di uno degli ombrelloni di Gigi, scorrendo distrattamente le pagine di un libro. Vicino a lui Pinturicchio, il Pota e il Ticche, circondavano la gazzetta dello sport distesa a lenzuolo su uno dei tavoli circolari dalle zampe di alluminio. Anche Gigi sostava più del solito sulla soglia del locale gettando di continuo lo sguardo all'ingresso del paese, come volesse avvistare prima degli altri l'arrivo della corriera. Più in disparte, nei pressi di una panchina di marmo, Acerbo non riusciva a stare fermo, alzandosi e sedendosi nervosamente. Tutti sapevano che quel giorno sarebbe arrivato un personaggio del tutto inedito per questi luoghi sperduti. Erano già due anni che il babbo aveva messo l'annuncio su internet con l'offerta di una camera della nostra casa in affitto per i mesi estivi, ma nessuno aveva mai risposto.
- "Professore" - gli dicevano gli amici - "solo un matto può venì quassù".
Ma il babbo rispondeva di confidare nei "poteri taumaturgici della rete" lasciando tutti interdetti e provocando l'ormai consueta reazione:
- "Ecco, ora comincia a parlà difficile".
L'affitto avrebbe contribuito ad arrotondare il suo modesto stipendio di insegnante delle scuole medie. Da quando aveva perduto la moglie, appena un anno dopo la mia nascita, si era fatto in quattro per educarmi, starmi vicino, farmi sentire il meno possibile la mancanza della mamma. Si era sacrificato anima e corpo facendomi studiare, alzandosi ogni mattina quando tutto era ancora buio per prepararmi la colazione ed accompagnarmi a scuola con la macchina, una vecchia Fiesta usata, fino in città. La scorsa estate erano casualmente capitati, per un fine settimana, una coppia di tedeschi amanti della natura e, per un solo giorno, un bolognese di passaggio, ma era la prima volta che qualcuno aveva fissato per più di un mese intero. E poi la prenotazione era arrivata niente meno che dagli Stati Uniti d'America!
Il babbo aveva sospettato che si trattasse di uno dei soliti scherzi degli amici ma quando, per togliersi ogni dubbio che pesava sullo stomaco, aveva ricevuto la sostanziosa caparra richiesta, era rimasto in compagnia della sola curiosità.
- "Un ameriano?" - avevano commentato i paesani quando si sparse la notizia - "Come si fa a passà dar paradiso a un posto come questo, in culo al mondo?"
- "Di siuro si chiamerà Amstrong" - aveva dichiarato Gigi - "È il primo ameriano a sbarcà su Monfiore".
- "Bruce" - aveva precisato il babbo - "Sulla prenotazione c'è scritto Bruce Grazzini".


II

La corriera attraversò la piazzetta sferragliando rumorosamente sul lastricato e parcheggiò proprio di fronte al monumento in marmo bianco dei caduti della prima guerra mondiale sul cui apice un soldato di bronzo, con tanto di elmetto e fucile, pareva osservare incuriosito, al pari dei paesani, l'evolversi degli eventi.
I pochi segni di vita del paese, che di solito vegetavano fra i tavoli disseminati lungo i lati della piazza, sembravano improvvisamente cristallizzati. Ricordo di aver visto quegli sguardi immobili fissare tutti nella stessa direzione soltanto pochi secondi prima che Grosso calciasse il rigore decisivo nella finale dei mondiali 2006 contro la Francia.
Le porte, sbuffando la loro sofferenza per la lunga assenza di manutenzione, si aprirono cigolando disperatamente. Il babbo, senza lasciare il libro, calò sul naso gli occhiali e focalizzò lo sguardo al di sopra delle stanghette metalliche. Forse non era ancora del tutto persuaso che non si trattasse di uno scherzo idiota.
Non scorderò mai la prima volta che lo vidi. Discesero gli scalini di ferro della corriera, nell'ordine, due stivaletti di cuoio da cui si dipartiva un lungo paio di blu jeans a tubo sorretti da una vistosa cintura marrone, una camicia bianca a quadretti blu ed una giacchetta di camoscio chiara che alloggiava un solido tronco di uomo e, infine, un viso seminascosto da occhiali Ray-Ban a goccia scuri e da un cappello avana dalle falde larghe, come avevo visto a Clint Eastwood in tanti film western, sul quale risaltava un naso piccolo ed una mascella quadrata, impegnata a masticare una gomma. Una mano robusta come quella di un boscaiolo impugnava una valigia con tale disinvoltura da farla sembrare vuota.
Acerbo, come era solito fare con i turisti appena scesi, gli corse incontro oscillando il corpo in modo tale da togliere qualsiasi dubbio sul fatto che l'uomo derivasse dalle scimmie.
- "Taxi? Vole un taxi?" - chiese al nuovo arrivato con il suo vocione rauco, sgranando gli occhi grandi da bambino che sembravano implorarlo.
L'uomo col cappello da cow boy si guardò intorno con aria stupita, cercando di capire dove si trovasse il veicolo. Acerbo gli voltò le spalle, inclinò la schiena in avanti e, con un gesto del pollice, indicò che avrebbe potuto salire a cavalcioni sopra di lui. L'uomo rimase in silenzio ed immobile, lasciando che fosse il solo movimento della mascella ad incrinare la sua staticità.
- "Lascia stare, Acerbo! Quello è il mio nuovo inquilino" - intervenne prontamente mio padre per togliere l'americano dall'imbarazzo e, presentandosi, ricevette una stretta di mano così poderosa che credetti di sentirgli scricchiolare le dita.
Ma Acerbo non volle darsi per vinto.
- "La su casa non è vicina!" - insisteva piegando ancora di più il busto ed assumendo un'aria ancora più supplichevole.
- "Lui taxi?" - chiese l'americano che pareva divertito.
Il babbo scosse la testa ed allargò le braccia in segno di rassegnazione.
- "È come un cavallo. Tu dovresti esserci abituato" - rispose.
- "Okay" - disse risoluto l'americano accettando l'invito - "Io trovare facile altra donna, ma cavallo così non trovare più".
Acerbo sembrò illuminarsi. Afferrò la valigia, si piegò fino al punto in cui lo straniero potesse salire senza difficoltà, gli afferrò le gambe al di sotto delle cosce creando con i polsi una specie di sedile naturale, barcollò sotto il peso non indifferente del viaggiatore ed ansimando ci accompagnò fino a casa.
- "Che vuole" - tentò di giustificarsi il babbo lungo il percorso - "Questo è il taxi del paese, ma almeno … is not expensive".


III

Il mattino seguente, all'interno del bar di Gigi (chiamato, dai più, "il Circolo"), punto di ritrovo nevralgico dei paesani, l'argomento che teneva banco - in un periodo in cui, con la pausa estiva del campionato di calcio, i pochi temi di discussione si trascinavano sulla campagna acquisti della Fiorentina e della Juventus - era l'arrivo dello straniero.
- "Bruce Grazzini? …., Grazzini, …. senti senti, porcaccia la miseria, hai capito chi è? Ne avevo sentito parlà da bambino!"
Pinturicchio si rivolgeva ad una minuta ma attenta platea di amici sparpagliati fra le sedie del locale ed anziani assembrati in qualche angolo al cospetto di un bicchiere di rosso. Dietro il bancone la testa calva di Gigi, appoggiata fra le palme delle mani, seguiva interessata.
- "Ripetimi un po' la storia per bene".
- "Si vede che sei della Fiorentina. E un capisci alla prima!" - lo sfotteva Pinturicchio - "Ma stammi bene a sentì: una settantina d'anni fa Leo Grazzini viveva in quella casa che rimane uscendo dal paese, lungo ir sentiero dei mirtilli, superato ir fiume ".
- "Al rudere!".
- "Bravo, al rudere. Ma a quell'epoca, ovviamente, era una casa abitabile. Insomma, ir figlio di Leo emigrò in Ameria da giovane e vi si stabilì. Ebbe a sua volta un figlio che non è mai tornato in Italia che, a sua volta, ebbe un artro figlio. È lui quello che ci è venuto a trovà".
Si era dunque sparsa la voce in un baleno che lo straniero era venuto a visitare il suo paese d'origine e la vecchia casa del bisnonno che, seppur adesso fatiscente, era comunque di sua proprietà per successione.
- "Toh!" - constatò il Pota - "Di solito s'eredita quarcosa dallo zio d'Ameria e questo, invece, ha fatto alla rovescia!"
Gigi, guardando attraverso la vetrata, fece un cenno improvviso con la mano.
- "Eccolo. Si parla der diavolo …".
L'americano stava scendendo lungo la piazza scrutando i dintorni con l'aria del turista. Si era tolto gli occhiali, ma era rimasto fedele al cappello da cow-boy ed alla gomma da masticare. Entrò nel bar elargendo un "buon giono" generale che lasciava intravedere nella lingua qualche rimasuglio della sua origine italiana. Il rumore dei tacchi dei suoi stivaletti risuonava nel locale mentre si dirigeva verso il bancone. Gli occhi dei presenti erano puntati all'unisono su di lui. Mi sembrava di assistere alla classica scena da film western dell'ingresso nel saloon, ma mi stupii che ordinasse una birra invece del whisky.
Gigi servì una pinta, si grattò il capoccione pelato e cercò di rompere il ghiaccio.
- "Da che parte dell'Ameria viene lei?".
- "I came from Massachusetts" - rispose lo straniero con tono orgoglioso - "Mia terra essere Massachusetts"
- "Anch'io ho una zia a Massa" - intervenne Acerbo, tutto eccitato.
- "Ma no idiota! Il Massaciu… , Massacu…, insomma, quella roba lì è un'altra cosa!" - lo riprese qualcuno.
Anche Pinturicchio volle dire la sua.
- "Conoscete Del Piero nel vostro Paese?".
Lo chiamavano Pinturicchio perché, oltre che juventino sfegatato, era un estremo ammiratore di Del Piero, detto appunto "Pinturicchio".
- "Delpiero?" - rispose perplesso l'americano - "Non conoscere. È un politico?"
Tutti si misero a ridere e Gigi, tifoso viola in eterno conflitto con i bianco neri, ne approfittò subito.
- "Noneeee, non è un politio. Ma è uguale. Politici e juventini sono la stessa osa: sono tutti e due boni solo a rubà!"
Si scatenò così la quotidiana discussione calcistica generale che si espandeva rapidamente a macchia d'olio fra i tavoli, con tanto di scambio di invettive, che finiva sempre per rispolverare dagli archivi storici del campionato i rigori concessi con troppa disinvoltura dagli arbitri a favore della Juventus.
L'americano, pur dando l'impressione di non capire un gran che di quello che si diceva, pareva comunque divertito di assistere a quell'improvvisata animazione. Sorseggiò tranquillamente la birra appoggiato con un gomito al bancone ed alla fine acquistò anche due pacchetti di Brookling da masticare. Uscendo dal locale si congedò con un buffo "arrivedeci" e, strizzando uno degli occhi azzurri, infilò un pacchetto nel taschino della mia camicia.


IV

Nei giorni che seguirono il nostro ospite sembrava integrarsi a poco a poco con l'ambiente circostante. Rimaneva spesso a parlare col babbo, arrangiandosi con il suo italiano abbozzato, ricevendo notizie sulla storia di Monfiore, sulle tradizioni locali, sulle origini della sua famiglia. La mattina gli facevo spesso da guida lungo i sentieri che si snodavano sulle colline e nei boschi. Sembrava frequentare con piacere il ritrovo al Circolo, nella piazza del paese, ed assaporare, con un boccale in mano, la frescura delle serate estive e le chiacchiere, per quello che riusciva a capire, della gente.
A poco a poco conobbe, uno per uno, il manipolo di personaggi, amici del babbo, che costituivano il residuo gruppo di coloro che non avevano abbandonato il paese per cercare lavoro in città. Aveva continuato ad assistere alle discussioni sportive fra Gigi e Pinturicchio e non aveva potuto rifiutare, per alcuni brevi spostamenti, il servizio taxi di un implorante Acerbo che, nonostante ogni tragitto gli comportasse una sudata bestiale, assolveva quel compito con la diligenza e la responsabilità di un servizio sociale imprescindibile. Del resto per Acerbo quello era l'unico modo per guadagnare qualche soldo. Il soprannome gli derivava dal fatto che la sua crescita cerebrale si fosse fermata all'età di quattordici anni e non avesse mai superato quella soglia, nonostante avesse ormai trentasei anni.

Aveva avuto il piacere di incontrare il Pipa, piacere forse non del tutto ricambiato da quest'ultimo in conseguenza di quanto ne era seguito.
Il Pipa, edicolante e figlio di generazioni di edicolanti del paese, era un tipo ossuto e mingherlino che trascorreva le serate seduto in silenzio nello stesso angolo del bar a caricare di tabacco, con accurata e religiosa pazienza, una pipa di legno fatta da lui stesso a mano, che poi gustava con altrettanta sacralità, in assorta contemplazione delle altrui discussioni, lasciando che la sua figura sfocasse a poco a poco, avvolta da una nube sempre più fitta di fumo.
Portava dei baffoni neri e folti che risaltavano su un volto scavato e sulla testa stempiata e si vantava con gli amici della sua buona conoscenza della lingua inglese, derivatagli dall'aver seguito, come autodidatta, un corso allegato ad un quotidiano in fascicoli settimanali. In quel paesino sperduto, però, non aveva mai avuto la possibilità di dimostrare le proprie capacità. Si limitava, in genere, a dare sfoggio della sua conoscenza rispondendo agli amici con fugaci "yes", "okay" e "very well".
Una sera, approfittando della presenza dell'americano nel bar, qualcuno volle cogliere l'occasione ed indicò il Pipa come quello che avrebbe potuto operare una traduzione istantanea di alcuni prodotti in vendita dietro il bancone di Gigi.
- "Do you speak english?" - chiese l'americano avvicinandosi al Pipa facendosi largo nella cortina di fumo.
- "Yes" - rispose quello con sicurezza, senza staccare la pipa dalla bocca.
L'americano, allora, parlando la propria lingua con naturalezza, gli domandò qualcosa che, ovviamente, risultò incomprensibile a tutti i presenti ma che, stranamente, parve esserlo anche per il Pipa che rimase impermutabile.
L'americano così ripetè la stessa frase che, ad occhio e croce, non pareva nemmeno troppo lunga.
Il Pipa a quel punto sfilò la ciminiera dalle labbra e, mantenendo la posizione seduta, protese il busto in avanti socchiudendo le palpebre come per meglio concentrarsi sulla domanda.
L'americano fece un terzo tentativo stando attento, questa volta, a scandire lentamente le parole, ma l'edicolante continuò a guardarlo in silenzio, con aria interrogativa.
Bruce allora, allargando le braccia con voce rassegnata, esclamò:
- "You don't speak english!"
Il Pipa, completamente demolito nel suo mutismo, appoggiandosi di nuovo allo schienale della sedia, come dovesse liquefarsi da un momento all'altro, scosse sconsolato la testa e proferì quello che poi sarebbe rimasto nella storia del paese, un proverbiale "No".

Una sera l'americano aveva anche ricevuto una formale sfida a braccio di ferro da parte del Pota, il macellaio, il più massiccio ed ignorante dei paesani, chiamato così per i suoi interventi trita caviglie sui malcapitati avversari nelle partite di calcio che aveva giocato qualche anno prima nella squadra del Gonfiore.
Erano già alcuni giorni che quel bestione veniva stuzzicato dal babbo e dal gruppo degli amici del Circolo che, a piccole dosi ma costantemente, insinuavano la possibilità che la stazza del nuovo arrivato potesse mettere in discussione lo strapotere del campione locale.
- "Quello è grosso come te" - cominciava uno.
- "A dire il vero, mi sembra anche più grosso!" - fomentava un altro.
- "Con lui son cazzi amari anche per te, Pota" - lo pungolava un terzo.
Ed alla fine il Pota, innervosito dall'ennesima frecciata che gli aveva attraversato le orecchie, si era avvicinato al tavolo del cow boy e gli aveva detto, con tono piuttosto deciso e provocatorio, di essere il più forte di tutti in quella disciplina.
Chi stava osservando la scena, prima ancora che Bruce rispondesse, aveva cominciato a proporre scommesse sull'esito dell'eventuale scontro.
Ma l'americano, con estrema indifferenza, mantenendo le gambe allungate sotto il tavolo e continuando a sorseggiare il suo boccale di birra, aveva risposto con una frase in inglese.
Il Pota si era guardato intono smarrito ed aveva chiesto "Che vordì?" e mio padre, che non a caso veniva chiamato il professore, tradusse:
- "Ha detto che, se un uomo sguaina la spada, non potrà rimetterla nel fodero senza avere prima ucciso il suo nemico".
- "Porcaccia miseria!" - esclamò Gigi entusiasta - "È proprio una frase all'ameriana!"
- "Una sera combatteremo" - concluse lo straniero tirando una pacca amichevole sulle spalle del macellaio.


V

Bruce sembrava provasse simpatia nei miei confronti. Gli piaceva accompagnarmi attraverso i sentieri erbosi e i percorsi che praticavo ormai fin da piccolo. Era un uomo di poche parole, anche se faceva del suo meglio per soddisfare la mia curiosità sugli usi e costumi degli americani. Alternava momenti di giovialità ad altri in cui sembrava incupirsi, come se lontani pensieri gli affollassero la mente e lo rattristassero. Una volta che gli avevo chiesto se aveva moglie e figli, si era limitato ad un cenno di assenso con la testa ed aveva cambiato argomento.
Spesso lo seguivo quando andava a vedere la vecchia casa del suo bisnonno. Si poteva raggiungere lungo un sentiero accessibile, ma più lungo, che si snodava sotto il sole fra terreni incolti in un susseguirsi di sali scendi, oppure, in alternativa, gli avevo insegnato un tragitto più breve e divertente, all'ombra della vegetazione, che tagliava il bosco, attraversava un fiumiciattolo, si immergeva nei colori e nei sapori della vera natura.
Le sponde del fiume erano collegate, più a nord, da un ponte di legno molto simile a tanti altri che avevo visto nelle vallate del Trentino durante una gita scolastica. Ma non usavo il ponte per attraversare il fiume. Il mio vero diletto era quello di anticipare il passaggio, arrampicandomi sugli alberi che, con i rami protesi, formavano un naturale cavalcavia sospeso, e riuscire a toccare il lato opposto della riva mantenendomi sugli arbusti, senza mai toccare terra. Quel gioco mi faceva sentire una specie di Tarzan, impegnato in un'appassionante sfida di abilità, nella ricerca della soluzione aerea migliore e del ramo più robusto che mi aiutasse nell'impresa, sorvolando le acque cristalline del fiume che, in alcuni punti, si allargava e raggiungeva una profondità di due o tre metri.
In uno dei nostri spostamenti, con un pizzico di orgoglio, costrinsi Bruce ad osservare la mia specialità, ma l'uomo non sembrò entusiasta della mia esibizione.
- "Tuo padre lo sa?".
- "Non lo sa, ma devi promettermi di mantenere il segreto. È il mio gioco preferito. Il gioco del Barone Rampante".
L'americano non capiva.
- "È un libro che la professoressa di italiano ci ha fatto leggere per le vacanze. La storia di un ragazzo che decide di vivere sugli alberi. Te lo farò leggere".
Quando Bruce arrivava alla vecchia casa in pietra, disabitata da anni, con i vetri delle finestre in frantumi, le porte divelte, le pareti scrostate, arredate con muffe e ragnatele, i pavimenti invasi dalle erbacce, si metteva a lavorare di gran lena. Visionava con curiosità le varie stanze della casa, rimetteva ordine per quanto possibile, strappava tentacoli di rampicanti, eliminava saccate di polvere, imbullettava tavoli logori e mensole penzolanti, rovistava nei vecchi cassetti tarlati, perlustrava ogni palmo dell'abitazione come se volesse rimettere a nudo le proprie radici toscane.
Fu in una di quelle occasioni che, inserito all'interno di una fessura dei resti di una madia, scoprì l'esistenza di un foglietto giallastro ripiegato più volte e legato con uno spago. Lo aprì e si trovò al cospetto di un manoscritto con tanto di titolo iniziale: "All'erede che verrà".
Nel pomeriggio, a casa, volle ricorrere all'aiuto del babbo per la lettura e parve entusiasmarsi visibilmente quando quello gli spiegò che poteva trattarsi di un messaggio lasciato dal suo bisnonno - l'ultimo ad aver vissuto tanti anni fa quella casa - a colui che fra i discendenti della famiglia Grazzini avesse fatto ritorno in quel luogo. Il babbo aveva inforcato gli occhiali e mostrando grande interesse si era cimentato nell'attenta analisi del manoscritto che sembrava tracciato da una mano incerta.
"O tu, che osi spiegarmi, in guardia devi stare, se la sventura vorrai evitare, perché solo un Grazzini il privilegio avrà di quanto a solo lui sto per svelare".
- "Avevo detto bene" - confermò il babbo lasciandosi trasportare dall'euforia - "È rivolto proprio ad uno della tua famiglia!"
"Caro erede, se questo mio ultimo scritto stai leggendo, significato vuol che sei un Grazzini, e son contento.
Mio figlio per lontane terre la sua casa abbandonò, e solo e triste qui, in questo luogo mi lasciò.
Ah, se quel bischero di Colombo a Genova fosse rimasto, il mondo di tanti bischeri in meno sarebbe casto.
Ma tu, mio prediletto, sei tornato e sol per questo dalla tua parte sorriderà il fato.
Ed esultar potrai, mio degno erede, col mio tesoro, sepolto là dove germoglia il raperonzolo, all'ombra dell'alloro".
Guardai istintivamente il babbo con aria interrogativa. Sapevo bene ormai che il maggior divertimento dei paesani, in quel posto isolato, era sempre stato quello di sfottere qualcuno.
Lo vidi aggrottare la fronte e fulminarmi con un'occhiataccia inequivocabile, come se mi avesse letto nel pensiero.
- "My God! Parla di un tesoro!" - esclamò eccitato l'americano ascoltando con attenzione la traduzione commentata che gli offriva il babbo - "Un tesoro sepolto da mio avo!"
Il suo interprete gettava legna sul fuoco. Fingendo di raggiungere la soluzione con un ragionamento logico, gli spiegò che un tempo esisteva un alloro centenario sul retro della casa e che il terreno circostante era stato sempre utilizzato dal bisnonno come orto. Il luogo in cui poteva essere sepolto il tesoro, quindi, non poteva essere che il vecchio orto. Ma siccome il terreno era di dimensioni ragguardevoli, il babbo finì per convincerlo che avrebbe dovuto cominciare a scavare alla svelta se voleva sperare di trovarlo prima di partire per gli Stati Uniti.
Bruce sembrava elettrizzato e non vedeva l'ora di cominciare.
- "Teacher" - chiese alla fine - "Cosa significare, "bischero"?".
- "Niente di particolare" - rispose il babbo - "È solo un complimento. Come dire … bravo!"


VI

Per qualche giorno i paesani avevano trovato l'argomento giusto per il loro tempo libero. Al bar non parlavano d'altro che di quello che era stato battezzato come "lo scherzo del bisnonno". Ogni sera ricevevano puntuali aggiornamenti sugli sviluppi delle operazioni. L'americano si era fatto prestare vanga e zappa dal babbo ed aveva cominciato pazientemente ad aprire buche e solchi, più o meno profondi, su tutto il terreno dietro la casa. Si alzava all'alba e con il sudore che gli inondava il torso nudo e gli rigava la fronte procedeva imperterrito al ritmo di quattro ore a mattinata. Nel pomeriggio o la sera, quando qualcuno lo incontrava, gli chiedeva notizie, con la dovuta malizia, sull'esito degli scavi, fingendosi dispiaciuto per lui se anche quel giorno il tentativo fosse fallito.
Era dal tempo della sfida podistica di Acerbo con un altro malcapitato forestiero che non li vedevo sghignazzare così tanto.
Quell'estate il turista di turno, un antipatico architetto evaso dal cemento di Milano per trascorrere un paio di settimane a contatto con la natura, aveva commesso l'errore di decantare in pubblico le proprie doti di podista. Gli amici del bar si sentirono istintivamente stimolati ed organizzarono a tempo di record lo scherzo. Lo convinsero, facendogli credere che si trattasse di una scommessa, a partecipare ad una corsa contro il taxista del paese. La gara sarebbe consistita nel percorrere tre giri intorno ad una specie di anello ovale, esterno ai casolari che circondavano il paese. Il milanese, longilineo e ben allenato, tutto il contrario del goffo taxista, sarebbe partito con un quarto di giro alle spalle dall'antagonista con il compito di recuperare lo svantaggio, superarlo e tagliare per primo il traguardo. Il forestiero accettò di buon grado, sicuro che avrebbe vinto con facilità anche concedendo un intero giro di vantaggio all'avversario.
Il giorno della sfida gran parte dei pochi abitanti di Monfiore erano accorsi in strada per gustare l'avvenimento. Gigi, in vista dei festeggiamenti, aveva allineato sul bancone una cassa intera di bottiglie di una sottomarca di spumante che, secondo i paesani, aveva il sapore di gazzosa corretta. Per dare una parvenza di solennità alla competizione erano stati tesi due nastri nelle rispettive posizioni di partenza dei concorrenti e sor Ernesto, uno dei vecchi perennemente ancorati al bar, tanto da confonderlo ormai con parte dell'arredamento, era stato investito dell'ambito titolo di giudice di gara. In mancanza della banda, un altoparlante liberava a tutto volume sulla piazza le note trionfali della Cavalcata delle Valchirie.
Quando sor Ernesto, con il naso reso paonazzo da due bicchieri di rosso, gridò un rauco "via" con il poco fiato, per lo più etilico, che aveva in corpo, accompagnato da un leggero ruttino, l'architetto milanese, impeccabilmente equipaggiato in pantaloncini corti, scarpette da footing e fascia di spugna intorno alla testa, si lanciò come una lepre all'inseguimento dell'avversario che, in lontananza, aggrovigliato in una ormai slargata tuta blu anni '60 rispolverata per l'occasione da chissà quale vecchio baule di soffitta, arrancava con la grazia di un gibbone appena sceso dalla liana. Ma la conformazione del percorso limitava la visuale dell'inseguitore al momento immediatamente precedente la curva all'apice del primo quarto di corsa. Una volta superata la curva, infatti, la figura di Acerbo non sarebbe stata più visibile fino a che il milanese, a sua volta, non avesse raggiunto quella stessa curva.
L'inseguitore, convinto di poter riprendere l'avversario in poche centinaia di metri, coprì in un baleno il primo tratto e giunse alla curva sicuro di avere l'avversario ormai a portata di mano ma, con suo grande stupore, non appena imboccò il nuovo dirizzone e la visuale era finalmente libera, si rese conto che Acerbo, con la sua andatura sgraziata e barcollante, non aveva perduto nemmeno un centimetro e si accingeva, sullo sfondo, a scomparire dietro la curva successiva.
Il milanese allora, incredulo, raddoppiò gli sforzi sfiorando velocemente il selciato con le sue magre leve ma, di nuovo, superata la seconda curva, vide che la distanza era sempre la stessa e che il contendente stava per imboccare la terza curva. E così via, ad ogni quarto di giro, Acerbo manteneva inalterato il suo vantaggio e sembrava irraggiungibile. Lo sforzo dell'inseguitore non fruttava alcun beneficio e la corsa stava trasformandosi per lui nel peggiore degli incubi.
Lo scherzo era piuttosto semplice, ma la foga agonistica aveva annebbiato la lucidità del favorito. Dietro ogni curva, fuori dalla visuale dell'inseguitore, il Pota caricava velocemente Acerbo su un motorino, gli faceva percorrere il tratto di strada rettilineo, per poi scenderlo poco prima della curva successiva, giusto quanto bastava perché potesse essere visto correre in lontananza dall'architetto.
In questo modo, senza nemmeno tanta fatica (ma ricevette una secchiata d'acqua sul viso e sul corpo per simulare una sudata), Acerbo conservò il suo vantaggio e tagliò per primo il traguardo, acclamato dalla folla dei paesani come un eroe, subito dopo lanciato nell'aria più volte come un sacco di patate, sotto lo sguardo costernato dello stremato milanese.
Anche lo scherzo del bisnonno sembrava avere buone possibilità di finire nella lista dei memorabili. Era trascorsa la prima settimana di agosto e l'americano rischiava di trascorrere i restanti ventiquattro giorni di permanenza a Monfiore bucherellando come un colabrodo un terreno incolto alla ricerca di un fantomatico tesoro o, quanto meno, di un qualcosa che, secondo l'idea che si era fatto Bruce, costituiva l'atto di ultima volontà di un suo antenato e, solo per questo, al di là del suo eventuale valore commerciale, doveva essere rispettato.
Questa volta, però, non riuscivo a condividere del tutto l'ilarità goliardica dei paesani. Quei quindici giorni di convivenza rendevano Bruce una persona di famiglia e la mia partecipazione diretta alle sue fatiche di scavo mi costringevano a reprimere profondi sensi di colpa.
- "Non ti azzardare" - mi aveva redarguito il babbo intuendo i miei sentimenti.
- "Ma lo lascerete scavare per tutto il suo soggiorno?" - avevo provato a dire in tono supplichevole.
- "Vedi. Stiamo viaggiando tutti sulla stessa corriera" - aveva risposto senza scomporsi - "Ogni tanto qualcuno scende e qualcun altro sale. Noi siamo quelli dell'ultima fila, quelli che cercano di fare il viaggio in allegria."
- "Come nelle gite scolastiche?".
- "Proprio come loro. E poi ricordati, ridere è uno dei due segreti per vivere meglio".
- "E l'altro? Qual è l'altro?" - gli chiesi incuriosito.
- "Sognare. Non dobbiamo mai smettere di ridere e di sognare per sopravvivere".


VII

Bruce rimaneva spesso a mangiare al nostro tavolo. Per il babbo cuocere la pasta per due o tre persone non faceva differenza e, tutto sommato, apprezzava anche lui scambiare quattro chiacchere con il suo inquilino.
L'americano non parlava molto della sua vita, ma un giorno si lasciò sfuggire qualche parola e ci sembrò di capire che avesse una famiglia che viveva in un cottage sulla riva di un lago ed intuimmo che le cose non dovevano andare molto bene con sua moglie.
La tristezza che si intravedeva sul suo volto, sfiorando l'argomento, si trasmetteva al babbo come una malattia contagiosa. Mio padre non era mai riuscito a superare del tutto la perdita della moglie ed ogni volta che sentiva parlare di crisi di rapporti coniugali sembrava non sapersene dare una ragione. Da come me ne parlava, capivo che doveva essere stato molto innamorato della mia mamma. Continuava spesso ad andare a trovarla al cimitero, Restava lì a parlare con lei, come se lo stesse ascoltando, come se volesse concentrarsi e ritrovare se stesso.
- "Sono sempre stato come un treno che rischia di deragliare" - mi disse una volta il babbo - "Ma la saggezza di tua madre mi permetteva di rimanere costantemente sui binari. Ci riusciva quando era in vita, ma ci riesce ancora di più adesso".

A fine pranzo ci raggiunse a prendere un caffè, Pinturicchio. Sventolava tra le mani, come uno stendardo, una busta con francobollo tedesco.
- "Ha scritto! È la seconda lettera quest'anno!" - annunciò, pieno di entusiasmo, porgendola al babbo.
Questi l'aprì con calma, ne estrasse una lettera, inforcò gli occhiali con lenti circolari ed osservò attentamente il manoscritto in lingua tedesca. Poi cominciò a tradurre all'amico che, seduto vicino a lui, riportava fedelmente su un foglio le frasi in italiano.
Spiegai un po' alla meglio a Bruce che il nostro Pinturicchio, alcuni anni prima, aveva conosciuto una ragazza tedesca nel corso di una vacanza a Rimini. Pur non parlando alcuna lingua straniera era comunque riuscito a baciarla in una romantica serata sulla spiaggia al chiaro di luna. Purtroppo però, era anche l'ultimo giorno di soggiorno in Italia della ragazza.
Pinturicchio aveva fatto ritorno al suo paese folgorato da quella bellezza teutonica, totalmente infatuato e delirante, diceva a tutti che avrebbe voluto scriverle, rivederla, sposarla, ma lui non sapeva comunicare al di fuori della lingua italiana. I paesani, per fortuna, gli avevano risolto il problema. Il "Professore" non poteva non conoscere il tedesco, se no che professore era mai? E poi a lui avrebbe fatto piacere aiutare un amico riportando sul foglio immacolato gli appassionati sentimenti del Pinturicchio. Uno dettava e l'altro scriveva, in perfetta simbiosi. Poi, quando dopo del tempo arrivava la risposta dalla Germania, il babbo ne leggeva a voce alta il contenuto e Pinturicchio, con la mano tremante dall'emozione, trascriveva la traduzione per poterla rileggere sognante, ogni sera prima di coricarsi.
E così quel rapporto epistolare si protraeva da almeno quattro anni senza che il povero Pinturicchio, nonostante la implorasse, fosse riuscito una sola volta ad incontrarla. C'era sempre qualche improvviso imprevisto che impediva il viaggio o la disponibilità di uno dei due.
Gli umori che la ragazza manifestava nel corso del tempo attraverso la corrispondenza si alternavano in passaggi sconfortanti che facevano adirare il lettore ("Mio caro, non potrò mai scordare quella notte trascorsa sulla spiaggia di Rimini con te. Mi sei rimasto nel cuore, anche se devo confessarti che, forse, mi sarei aspettata qualcosa di più da un ragazzo italiano. Ho scoperto, invece, che sei come un romantico bambino che ama guardare il cielo punteggiato di stelle") ad altri struggenti che lo esaltavano ("sogno ogni sera il sapore delle tue labbra e lo sguardo profondo dei tuoi occhi"), fino a toccare toni di alta drammaticità che lo deprimevano ("Il più grave errore della mia vita è stato quello di sposarmi. Ci sono momenti, nelle notti con mio marito, che penso di essere con te. Mi impongo di superare questa idea folle, ma non posso. A volte penso al suicidio come l'unica vera liberazione"). Ma Pinturicchio riusciva ogni volta a nutrire una nuova speranza, attingendo linfa vitale dalle stesse parole della scrittrice.
La sera, prima di andare a dormire, Bruce mi rivelò di essere stato colpito dalla storia d'amore impossibile di Pinturicchio.
- "Bella, wonderful story".
Non ebbi il coraggio di confessargli che il babbo non conosceva affatto la lingua tedesca, che si trattava di un'altra trovata dei paesani, che sghignazzavano tutti come matti nella preparazione dei testi delle lettere, nella creazione del manoscritto con calligrafia in stile effemminato e della busta con tanto di francobollo della Germania concesso da un collezionista del gruppo, fino alla realizzazione grafica a china del timbro postale. Così giungevano le false lettere dalla Germania e così venivano cestinate quelle scritte da Pinturicchio in risposta.
Non ebbi il coraggio di confessargli come le pene d'amore dell'uomo riscaldavano le lunghe serate invernali dei paesani.


VIII

Mancavano pochi giorni a ferragosto. Data fatidica, vissuta con spasmodica attesa dall'intero paese per la tradizionale festa ma, soprattutto, per la centenaria sfida che si rinnovava ogni anno contro Colleveltro, il paese arroccato sulla collina fronteggiante, eterno rivale di Monfiore.
I due paesi si riunivano, organizzando in alternanza un'estate ciascuno, una grande festa, denominata appunto "La festa di Ferragosto", che iniziava ufficialmente alle h. 19,00 e si trascinava ad oltranza per tutta la notte su lunghe file parallele di panche di legno, allineate su tutto il perimetro della piazza come filari di viti, fra danze popolari al suono di orchestranti locali, fiumi di rosso, crostini, bruschette, salcicce sulla brace e bistecche, il tutto all'insegna dell'allegria.
L'apice della serata veniva raggiunto nel momento della sfida che le due comunità ingaggiavano in tre diverse competizioni, con i propri campioni nostrani: la corsa dei sacchi, il torneo di briscola a coppie e il braccio di ferro. Un confronto molto sentito, che richiedeva lunghe giornate di preparazione ed il cui risultato avrebbe influenzato in modo determinante l'umore dei paesani nei mesi a venire. I perdenti, infatti, avrebbero dovuto subire per l'intero inverno gli sberleffi dei vincitori, corrosi dalla speranza di potersi rivalere l'anno successivo.
Alla corsa dei sacchi, che si svolgeva ovviamente nella piazza, dovevano partecipare tre ragazzi per ciascuna squadra di età compresa fra i dieci ed i quindici anni. I sei concorrenti avrebbero dovuto percorrere un tratto di circa sessanta metri saltando con le gambe raccolte dentro un sacco chiuso fino all'altezza della vita. Quello che sarebbe giunto per ultimo al traguardo sarebbe stato eliminato ed i cinque superstiti un ulteriore tratto della piazza fino al secondo traguardo. Anche in questo caso sarebbe stato eliminato l'ultimo arrivato, e così via, di traguardo in traguardo, come in una specie di corsa a tappe ed a eliminazione, fino all'ultimo tratto nel quale si sarebbero fronteggiati gli ultimi due concorrenti rimasti in gara.
Quest'anno il comitato di Monfiore aveva incluso anche me nella squadra. Avevo l'età giusta, ero piuttosto agile e, sinceramente, non c'era poi tanta concorrenza in circolazione. Mi ero allenato tutta l'estate saltando a piedi uniti i cigli scoscesi o seguendo i solchi lasciati dall'aratro nei campi o rinforzando le gambe nei lunghi spostamenti aerei sugli alberi del bosco. Volevo fare assolutamente bella figura gareggiando in casa, davanti alla mia gente e, seppur sapessi che l'importante sarebbe stata la vittoria finale di uno dei componenti della nostra squadra, mi sarei ritenuto soddisfatto se fossi riuscito quantomeno a non farmi eliminare alla prima tappa.
Per la sfida di briscola a coppie veniva allestito un tavolino al centro della piazza dove i contendenti, circondati a debita distanza da un cordone di spettatori, davano vita ad una sfida di cinque partite, con le orecchie turate dalla cera per isolarsi dal brusio, mantenere la concentrazione, evitare pericolose distrazioni e non udire possibili suggerimenti esterni.
Negli ultimi tre anni la indiscussa coppia campione di Monfiore, quasi sempre prima nei tornei invernali organizzati dal circolo, era stata quella formata dal babbo e Mario, detto il Ticche, il barbiere del paese. Veniva chiamato così per l'infinita varietà di tic che, specie nei momenti di nervosismo, riusciva a sfoggiare con espressioni o gestualità imprevedibili, quasi geniali, che mi ricordavano quelle di un burattino senza fili. Nel suo vasto assortimento viene ricordato un taglio di capelli durato circa due ore perché, prigioniero di un improvviso tic, alternava ogni sforbiciata reale con tre sforbiciate a vuoto, come dirigesse un'orchestra impugnando la bacchetta.
Ma a briscola era considerato un fenomeno, riuscendo incredibilmente a convergere tutti i suoi istintivi movimenti facciali negli opportuni segnali da fare al compagno durante il gioco e con il babbo formavano una coppia affiatata e collaudata.
La terza gara, infine, quella di braccio di ferro, costituiva una vera e propria prova di forza fra i due colossi dei paesi rivali.
Il nostro campione, il Pota, nonostante esibisse due braccia robuste come tronchi di quercia, un collo taurino ed una spropositata quantità di ignoranza, l'anno precedente era stato sconfitto di misura, a seguito di una prova equilibratissima che sembrava non finire mai, dal fornaio di Colleveltro, detto Mastino. Un armadio dalla larghezza smisurata, mezzo sdentato, naso schiacciato, brutto come un orco delle peggiori favole, così chiamato perché una notte, attirato da strani rumori provenienti dall'aia, pare avesse messo in fuga due rubagalline digrignando la bocca ed emettendo suoni rauchi e profondi come il ringhio di un molosso napoletano.
Il Pota non aspettava altro che la sua rivincita personale, visto che nell'ambiente casalingo le sue credenziali di spaccaossa erano cadute in ribasso dopo la sconfitta.
- "Ti divertirai" - aveva annunciato il babbo a Bruce alcuni giorni a ridosso dell'evento - "Sarà una nottata di sbronze e di baldoria".
- "Farò … come dite? Tifo? … Si, tifo per te" - mi disse l'americano battendo il palmo della mano contro il mio.


IX

Nella giornata che precedeva Ferragosto c'era grande fermento in paese. Tutti lavoravano e si affannavano nei preparativi. La piazza, adornata con piante di limoni all'interno di grossi vasi in terracotta e ravvivata dai colori dei gerani disposti su tutti i balconi e le finestre della case, era un via vai di uomini e donne concitati che sistemavano tavoli e sedie, approntavano faretti di varie dimensioni sulle sommità degli edifici, allestivano imponenti botti di vino dai cui rubinetti la gente avrebbe potuto attingere direttamente il contenuto.
Gigi aveva addobbato il bar con festoni colorati ed arricchito la fila dei bicchieri e dei liquori sulle mensole con le riserve di magazzino.
Anche Bruce, per una mattina, aveva sospeso la sua opera di scavo per aiutare i paesani nelle mille occupazioni che li vedeva impegnati.
In macelleria, il Pota brandiva la mannaia e sacrificava a colpi decisi filari di bistecche e montagne di rosticciana.
Acebo, che nell'occasione aveva indossato una camicia bianca inamidata che sembrava quella della prima comunione, era a disposizione di chiunque avesse bisogno di un passaggio da una parte all'altra della piazza.
Il Pipa distribuiva con orgoglio copie della cronaca locale che vedeva dedicato un trafiletto alla tradizionale sfida di Ferragosto.
La frenesia che si respirava nell'aria sembrava rendere tutti insensibili all'arsura che ribolliva sul selciato ed infuocava il paese. Eppure il giorno dei preparativi era il momento che avevo sempre preferito, forse anche più della stessa festa. C'era un clima generale di collaborazione e di gioia dove tutti davano del loro meglio per la migliore riuscita dell'avvenimento. Sembrava che l'attesa li rendesse più sereni, più altruisti, amplificandone i rispettivi lati positivi.
- "La stessa sensazione che si prova poco prima dell'estrazione di un biglietto della lotteria di capodanno o di una finale di calcio dei campionati del mondo" - diceva il babbo - "per un breve momento abbiamo la licenza di immaginarci potenzialmente nababbi o campioni del mondo".
Anche noi ragazzi sentivamo una specie di scossa elettrica che ci attraversava il corpo facendolo vibrare. Passavamo l'intera giornata in piena libertà scarrozzando per le strade e sulla piazza, giocando ed improvvisando, osservando i personaggi e le scenette più divertenti, pronosticando l'esito delle sfide, ritrovandoci alla fine fradici di sudore e felicità.
La sera, quando tutto era ormai pronto, gli uomini si radunarono al bar di Gigi, con le gambe distese sotto ai tavoli, stanchi e soddisfatti, come volessero fare il punto della situazione guardandosi finalmente negli occhi, in un'atmosfera di quiete prima della tempesta.
Il babbo e il Ticche, appoggiati al bancone, spiegavano a Bruce il significato degli ammicchi della briscola. Per disorientare gli avversari avevano invertito alcuni dei consueti segnali e ne avevano inventati altri che non fossero mai stati usati nelle partite precedenti. Avevano anche creato dei falsi movimenti per far credere l'esistenza di una mano buona che in realtà non c'era. Ripassarono ad alta voce le strategie da adottare a seconda delle circostanze di giuoco, anche se il Ticche soleva spesso ribadire, alla fine, l'importanza determinante della fortuna ("C'è poo da fà, se un entrano, un entrano").
Bruce seguiva con attenzione cercando di capire i complessi virtuosismi dei due giocatori ma, nonostante gli sforzi, trovava difficoltà ad entrare nel loro meccanismo strategico.
- " Ci vorrebbe mio psicologo" - commentò rassegnato.
Il Ticche chiese che cosa volesse dire ed il babbo gli spiegò che negli Stati Uniti era frequente andare dallo psicologo quando si voleva risolvere qualche problema. Gli prospettò come si svolgesse la terapia ed i relativi metodi.
Il Ticche sembrò rimanere perplesso, ci pensò un po' e poi disse:
- "Forse ci sono. Lo psicologo è uno che te ci vai, poi gli racconti tutti i fatti tuoi e quello sta lì a sentì?".
- "Più o meno è così" - rispose il babbo.
- "Bene, ho capito" - concluse il Ticche soddisfatto guardando Gigi dall'altra parte del bancone - "Da noi, in Italia, lo chiamano barista!"


X

Il mattino del 15 Agosto mi svegliai molto prima dl solito. Mi sentivo troppo eccitato ed avevo dormito male. Andai in bagno con gli occhi abbottonati, mi appoggiai con tutto il peso del corpo al lavandino e sciacquai il viso a più mandate. Notai un libro dal titolo inglese appoggiato sullo sgabello che doveva aver dimenticato Bruce la sera precedente. Lo presi con l'idea di riportarglielo in camera. Aveva una copertina patinata dai caratteri neri su sfondo giallo. Lo aprii istintivamente alla pagina demarcata con un segnalibro colorato. Osservandolo meglio mi resi conto che si trattava della fotografia che ritraeva un bambino ed una bambina in primo piano, abbracciati e sorridenti, rivolti verso il fotografo. Lui sembrava avere poco meno la mia età, i capelli biondissimi e scarruffati, gli occhi azzurri. Lei, più giovane di qualche anno, aveva i capelli lunghi, castano chiari, che portava intrecciati dietro le spalle. Si assomigliavano molto ed assomigliavano anche a Bruce. Fui improvvisamente assalito da un improvviso senso di colpa. Non so chi fossero, ma Bruce non mi aveva mai parlato di loro e provai la sensazione di aver violato un suo segreto. Lasciai il libro al suo posto e me ne andai.

La giornata sembrava non passare mai. O forse passava troppo in fretta. La corriera del mattino aveva fatto il pieno, scaricando sulla piazza una miriade di gente arrivata dai posti più disparati, anticipando l'afflusso pomeridiano.
Seguirono, nelle ore successive, lunghe code di auto che avevano rapidamente intasato lo spiazzo adibito a parcheggio poco fuori dall'ingresso del paese e, a poco a poco, sostando lungo i bordi della strada, avevano formato un gigantesco serpente di lamiera che si snodava sui saliscendi collinari fino a perdersi dietro le curve più lontane.
Il grosso della spedizione da Colleveltro arrivò intorno alle h.18,30. Una specie di processione formata dai vari componenti del Circolo avversario, dai loro campioni, familiari ed accompagnatori, procedeva lenta e compatta. Il gruppo fu accolto da un vero e proprio comitato di ricevimento locale. Seguirono calorose strette di mano, pacche sulle spalle, sorrisi e battute, in un intrecciarsi di voci, occhiate pungenti, frasi ironiche.
E poi, dopo le formalità, la piazza si riempì velocemente e fu ben presto difficile trovare una sedia libera ai tavoli dislocati geometricamente all'aperto. Un orchestrina aveva cominciato a scandire le prime note a ritmo di marcetta, le grigliate a fumare spandendo nell'aria un gustoso odore di carne rosolata e salcicce, il vociare della gente e le risate crescenti a sopraffare ogni altro suono.
Ma non ebbi il tempo di apprezzare l'inizio della festa. Era infatti giunto il mio momento. Avrei gareggiato in squadra con Riccardino e Maurizio, rispettivamente figli del fruttivendolo e dell'arrotino. Dall'altra parte due dei ragazzi di Colleveltro dovevano avere almeno un paio d'anni più di me. La circostanza mi preoccupava perché dotati di un fisico più robusto del mio avrebbero potuto distanziarmi facilmente. Dovevo giocare d'astuzia e, vista la lunghezza del percorso, diventava importante saper dosare le energie nell'arco delle varie tappe. La resistenza, probabilmente, avrebbe prevalso sulla velocità.
Ci infilammo nei sacconi marroni e ci sistemammo in fila sulla linea della partenza. Il primo tratto di percorso era incorniciato dalle opposte tifoserie, schierate su due lati ai bordi della pista improvvisata. Con la coda dell'occhio intravidi il babbo e Bruce che, attenti e visibilmente coinvolti, battevano le mani e gridavano frasi di incoraggiamento alla squadra. Quando sor Armando, un altro degli storici anziani del paese, nominato giudice di gara, scandì con un megafono il "tre, due, uno, via!", tutti e sei ci lanciammo ad ampi balzi sul lastricato sapendo che quel primo tratto, trovandoci ancora freschi ed integri, sarebbe stato uno dei più difficili da superare.
Decisi di impostare la corsa seguendo esclusivamente il concorrente che mi stava a fianco, disinteressandomi degli altri. Non era importante, infatti, tagliare per primi il traguardo, ma soltanto non arrivare ultimi per non essere eliminati.
E così, controllando a ruota il mio vicino, mi lasciai trasportare sulla sua scia fino ad una decina di metri dal primo traguardo, per poi esplodere tutta la mia energia nel sorpasso, come in uno sprint ciclistico del giro d'Italia. Lo stratagemma funzionò, anche se a farne le spese, purtroppo, fu Maurizio.
Mi posizionai sulla linea del secondo tratto cercando di sfruttare al massimo il minuto di riposo concesso per regolamento fra una tappa e l'altra. Mi sentivo già soddisfatto di non essere stato eliminato al primo turno e questo mi infondeva adesso maggior sicurezza per tentare di proseguire ancora.
Nel secondo tratto adottai lo stesso sistema e correndo sul mio vicino riuscii di nuovo a superarlo a pochi balzi dall'arrivo. Ancora una volta, però, era stato eliminato un concorrente della mia squadra. Adesso sentivo il peso della responsabilità della gara che, a quel punto, vedeva Colleveltro favorita, avendo tre possibilità contro una di arrivare in fondo per prima. I paesani contribuivano, con le loro urla ed i loro chiassosi incitamenti, ad aggravare quel peso psicologico. Nella pausa di riposo si avvicinarono il babbo e Bruce per sincerarsi sulle mie condizioni fisiche.
- "Sto bene" - risposi - "Ho ancora fiato, ma ho paura di non farcela. Loro sono in tre".
Percepii Bruce chiedere al babbo un paio di traduzioni in italiano, sentii la sua mano stringermi la spalla e la sua voce, ferma e decisa, a pochi centimetri dal mio orecchio, che suggeriva:
- "Il lupo non teme il numero delle pecore".
Mi voltai ad osservarlo come se vedessi un film con John Wayne. Mancavano soltanto i fuochi d'artificio sullo sfondo o la trionfale colonna sonora d'accompagnamento.
- "Pronti per la terza tappa" - annunciò il megafono.
Mi posizionai all'estremità della fila, tentando di non dare punti di riferimento ad almeno due degli avversari. In tre avrebbero potuto tentare qualche manovra scorretta per ostacolarmi ed assicurare così la vittoria alla loro squadra. Partimmo veloci, ma sentivo già dai primi balzi che il respiro del mio vicino si era fatto più frequente. Mi accorsi che aveva il fiatone e, pur conducendo tutto il tratto senza sforzarmi eccessivamente, non fu difficile superarlo sul finale,.
Ero giunto alla penultima tappa e stavo acquistando sempre più fiducia nelle mie possibilità. "Come gli orazi e i curiazi", pensai, li elimino uno alla volta.
A metà strada del quarto tratto uno dei miei avversari, stremato dalla fatica, finì per facilitarmi il compito inciampando rovinosamente. Raggiunsi il traguardo saltellando, con il minimo sforzo, pronto per l'ultima tappa, quella decisiva.
Nel minuto di pausa il babbo volle massaggiarmi i polpacci ed i muscoli della coscia, come aveva visto fare sui calciatori prima dell'inizio dei tempi supplementari. Pensai che, sudato come mi ritrovavo, avrebbe potuto risparmiarsi quella fatica, ma non ebbi il coraggio di interromperne la foga.
Intanto la calca delle persone assiepate lungo l'ultimo tratto era aumentata ed il cantante dell'orchestrina aveva momentaneamente sospeso l'intrattenimento musicale per dare l'annuncio che stava per concludersi la prima gara della sfida di Ferragosto. Seguì un prolungato rullio di tamburo che sembrava voler duettare con il battito crescente del mio cuore. Sapevo benissimo che quel ritmo frenetico mi avrebbe accompagnato per tutto il tratto finale della gara e che quegli ultimi sessanta metri sarebbero stati i più difficili.
Al "via" saltammo entrambi come forsennati, bruciando senza riguardi le nostre residue energie. Procedevamo con un movimento ad intermittenza. Ad ogni mio balzo mi illudevo di averlo staccato, ma al balzo successivo era il mio avversario che emergeva dal nulla e tentava, a sua volta, il sorpasso. Davamo l'impressione, ogni istante, che entrambi potessimo prendere il sopravvento uno sull'altro ma, in realtà, proseguimmo praticamente appaiati fino alla fine, con i polmoni che sembravano scoppiare, in una specie di apnea. Vidi la linea del traguardo ormai vicinissima, sentivo l'ansimare dell'avversario accanto a me, le urla della gente rimbombare nelle orecchie. Mi gettai di slancio con un ultimo incredibile sforzo, chiamando al raduno tutte le energie che mi rimanevano in corpo, al di là della linea, ritrovandomi a terra con l'altro concorrente che doveva aver fatto la stessa cosa.
Mi è rimasto il confuso ricordo di braccia che mi sollevavano, mani che si abbattevano sulle spalle e sulla testa come volessero scompigliarmi i capelli sudati, la voce entusiasta del babbo che stringendomi gridava "Ce l'hai fatta! Sei grande!" e, infine, il sorriso soddisfatto di Bruce che, seminascosto dal cappello da cow boy, con il pollice e l'indice mi mostrava il segno dell'"OK".


XI

La festa proseguì per un altro paio di ore fra bistecche, musica, vino ed allegria, prima che iniziasse la seconda sfida. I commensali mescevano direttamente nelle caraffe dalle grosse botti e si facevano sentire i primi sfottò all'indirizzo dei colleveltresi per il vantaggio acquisito. L'aria era calda ed il cielo sembrava aver indossato un abito nero pieno di brillanti per l'occasione.
Quando il babbo ed il Ticche presero posto, uno di fronte all'altro, al tavolo della gara di briscola, tutti sapevano che un eventuale due a zero avrebbe potuto chiudere in anticipo la sfida.
Il Ticche, prima di cominciare, praticò il rito della metamorfosi. Roteò in entrambe le direzioni il collo, lasciò che le braccia si scrollassero come fossero corpi estranei in preda a scariche elettriche soprannaturali, fece strani movimenti con la bocca e i muscoli del viso, sembrò insomma volersi scaricare di tutti quei gesti inconsulti che solitamente lo accompagnavano e, alla fine, si posizionò composto, come succedeva in ogni torneo, immobile come una statua, completamente irriconoscibile.
Furono servite le carte ed intorno al quartetto dei giocatori, contrariamente a quanto era accaduto nella corsa dei sacchi, calò un silenzio generale. I contendenti erano concentratissimi. Muovevano gli occhi con scatti fugaci, si studiavano, tentavano di rendersi imperscrutabili. Ogni mossa, ogni respiro, ogni sguardo assumeva un significato grave. Un carico perduto o una schiacciata erano scintille che accendevano un latente brusio di sottofondo che trasmetteva, ai più distanti, le varie fasi della partita.
Dalla mia posizione riuscivo a distinguere soltanto i volti contratti degli sfidanti, ma non l'esito delle giocate, dovendomi affidare ai concitati commenti di Pinturicchio, nella fila di fronte alla mia:
- "Questa è bona!", "Han beccato il tre a fiori!", "Tu pà ha schiaccio di brutto!".
La gara era equilibratissima e dopo mezz'ora, fra alterne vicende, le squadre avevano vinto due partite ciascuna.
Nell'ultimo decisivo incontro la tensione si percepiva tangibilmente. Pinturicchio scalpitava nervosamente come una fiera in gabbia, mentre il Pipa, con il busto imbalsamato e gli occhi puntati sul piano del tavolo per non perdersi una sola azione del gioco, sbuffava fiotti di fumo dalle narici come una vaporiera.
Pare che ad una delle ultime mani dell'ultima partita il punteggio fosse ancora equilibrato. Stava al babbo aprire il gioco e, prima di calare la carta, guardò il suo compagno per capire se avesse una buona briscola per sostenerlo. Nello spazio di un attimo riuscii a cogliere una serie infinitesimale di espressioni in rapida successione: gli occhi del Ticche che volgevano rapidi verso l'alto, il viso del babbo che si illuminava al cospetto di quell'impercettibile segnale, il braccio del babbo che si alzava trionfalmente brandendo una carta che non poteva essere altro che un carico, lo sguardo prima sorpreso e subito dopo terrorizzato del Ticche gettato sul compagno come a volerne congelare ogni movimento, il carico ormai scoperto sul tavolo, l'espressione consapevole del babbo che il Ticche avrebbe preso tutto con la briscola, il successivo completo smarrimento nel constatare, invece, che veniva calata una carta insignificante e, infine, l'incredulità e la mortificazione dipinta sul volto alla vista della presa finale degli avversari con conseguente sconfitta di Monfiore nella seconda sfida.
Una porzione della piazza sprigionò un boato improvviso come un tuono nella notte. Braccia e bicchieri, allineati come alberi della foresta, si levarono all'unisono verso le stelle inneggiando al pareggio di Colleveltro.
L'errore sembrava clamoroso ed il babbo non si capacitava di come il Ticche avesse potuto segnalare, con il movimento degli occhi verso l'alto, la presenza di una briscola in realtà inesistente. Poi, quando il compagno confessò malinconicamente che non si era trattato di un errore, ma di essere stato vittima di un tic improvviso, il babbo dovette ricorrere a chissà quale alchimia per trovare l'autocontrollo sufficiente a non strangolarlo (anche se, conoscendolo bene, sono convinto che quella situazione tragicomica, nel suo intimo, lo faceva morire dal ridere). Ma altrettanta razionalità non era pane dei paesani che, infuriati, costrinsero il povero Ticche a barricarsi in un angolo, utilizzando una sedia come scudo e lasciando libero sfogo ad una rapida successione di occhiate verso l'alto, schiavo ormai di quella contrazione nervosa che si era impossessata di lui.
Ma c'era poco da fare. La buona occasione era andata perduta e la sfida di Ferragosto sarebbe stata decisa da un duello di forza pura, il braccio di ferro.
- "È proprio il caso di dire che tutto adesso è nelle mani del Pota" - commentò il babbo.


XII

Nell'attesa della mezzanotte, ora fatidica della terza gara, quando ormai le pance erano piene, i riflessi rallentati ed i tavoli simili a campi disastrati dopo la battaglia, si diffuse una notizia sconvolgente. Il Pota, richiamato d'urgenza in macelleria per rimpinguare le riserve di prosciutto che cominciavano a scarseggiare, si era procurato un profondo taglio sull'indice, tanto che il dottore, per fortuna ancora savio, gli aveva dovuto applicare d'urgenza tre punti di sutura.
Il babbo non mi aveva permesso di avvicinarmi alla casa del macellaio perché pare dalle finestre venissero giù bestemmie come chicchi di grandine.
"Siamo perduti", dicevano sconfortati i componenti del circolo riuniti in seduta straordinaria. Mancava solo un quarto d'ora alla mezzanotte e fra i paesani non c'era nessun altro, al di fuori del Pota, che potesse competere con il Mastino. Nel bel mezzo della disperazione sulla testa del babbo si accese una lampadina come quella di Archimede Pitagorico.
- "Forse ho trovato!" - esclamò rivolgendo uno sguardo indagatore verso Bruce seduto in disparte.
Tutti compresero. Non sapevano come se la cavasse a braccio di ferro, ma almeno aveva la stazza giusta per poter sostituire il Pota. Come folgorati dalla divina provvidenza i paesani circondarono l'americano aggrappandosi a quell'improvvisa tavola di legno emersa dalle acque dopo un naufragio. Non fu difficile convincerlo ad accettare. Da buon cow boy un po' spaccone, ruminò la gomma osservando con aria inespressiva i presenti ed alla fine sollevò il pollice lasciando intuire che per lui sarebbe stata una passeggiata. Seguì un generale sospiro di sollievo.
Quando però il gruppo si assembrò sulla piazza e presentò il proprio sfidante, i rappresentanti di Colleveltro rimasero in un primo momento interdetti e poi, dopo un rapido vertice di discussione, formalizzarono una secca opposizione in quanto, per regolamento, avrebbe potuto partecipare alla gara soltanto chi era cittadino del paese contendente. Qualcuno cominciò ad alzare la voce ed una sottile tensione, in evidente crescendo, scuoteva gli spiriti dei due gruppi contrapposti.
Il regolamento prevedeva anche che, in caso di contestazione, il giudice delegato a dirimere il conflitto sarebbe stato il parroco del paese ospitante. La pia posizione del prelato garantiva a tutti la buona fede di una decisione al di sopra delle parti.
Fu dunque interpellato Don Girolamo, un uomo sulla settantina, magro e gentile, profondo conoscitore di quel mucchio di anime confinate in un angolo di mondo, di cui se ne faceva da anni fiero traghettatore spirituale.
Ascoltò in silenzio, radunati nella canonica, le opposte ragioni dei rappresentanti dei paesi rivali ed alla fine, fra gli applausi di una delle fazioni ed i borbottii di scontento dell'altra, decise che le origini della famiglia e l'attuale proprietà del rudere deponessero nel senso che Bruce potesse considerarsi a tutti gli effetti cittadino di Monfiore.
E così, nel giubilo generale, l'americano fu accompagnato al tavolo della sfida.
- "Stai attento" - lo avvertii durante il tragitto - "Il Mastino è fortissimo".
- "Anche nel braccio di ferro non conta solo la forza" - mi rispose facendo segno che poteva essere usato il cervello.
Gli avversari si sedettero uno di fronte all'altro. Appoggiarono i gomiti sul tavolo e si afferrarono per la mano destra. L'orchestra interruppe di nuovo le danze e la solita voce dell'altoparlante annunciò che stava per avere inizio l'ultima sfida. Il pubblico si accalcò intorno ai contendenti e, contrariamente a quanto era accaduto nella gara di briscola, dette libero sfogo ad un tifo appassionato a favore del proprio beniamino.
Quando sor Armando con un repentino movimento del braccio verso il basso dette inizio alla gara, ebbi la sensazione che in quel frastuono Bruce non avesse ancora capito che la sfida fosse cominciata. Si guardava intorno come inebetito mentre il Mastino, sbuffando da ogni poro il proprio istinto animalesco, aveva gonfiato il bicipite forzando al massimo per piegare il braccio dell'avversario. Furono pochi secondi, ma sembrarono infiniti. Bruce rimaneva impassibile, con il braccio inchiodato sul tavolo come se non subisse alcuna spinta da parte dell'avversario, continuando a voltarsi a destra e sinistra, per poi rivolgersi a sor Armando chiedendo quando sarebbe iniziato il match.
Quella domanda dovette aver creato una profonda falla psicologica nell'esuberanza del Mastino i cui occhi, per un attimo, si riempirono dello sconforto di chi si rende conto di aver cercato, invano, di abbattere una muraglia di cemento armato. Fu proprio in quell'attimo di smarrimento che Bruce, approfittando dell'impercettibile calo di tensione dell'avversario, concentrò tutta la sua potenza. Le vene del braccio destro e del collo sembrarono dover improvvisamente scoppiare, i lineamenti si irrigidirono, il colorito del viso si fece rosso come il fuoco, il polso cominciò a forzare verso l'interno e, con la rapidità di un ghepardo, nello stupore generale, riuscì a far crollare quella specie di tronco di quercia che stringeva nella mano.
Si sollevò un boato nella notte. Mentre un altoparlante partigiano inneggiava alla vittoria di Monfiore, l'orchestra riprese a suonare, la gente a ballare e decine di mani scrosciarono sulle spalle di Bruce che, con la sua impresa, aveva regalato la vittoria al nostro paese.
Nella baldoria totale ci fu lo spazio anche per una mini rissa improvvisata. Pare che Bruce, avvicinatosi al Mastino con l'intenzione sportiva di consolarlo, gli abbia detto che era stato un "bischero", convinto, memore degli insegnamenti del babbo, di fargli un complimento. La reazione dell'uomo bestia, già piuttosto innervosito dalla sconfitta subita, era stata inevitabile. Bruce a sua volta, riscoprendo i tradizionali sapori dei vecchi saloon americani, non si era tirato indietro e i più esagitati delle due opposte fazioni si erano gettati nella mischia. Fra offese, schiaffi e spintoni, ci volle tutta la pazienza e l'autorità di Don Girolamo per calmare gli animi e chiarire l'equivoco.
Seguirono le premiazioni delle singole sfide con una targa ricordo e l'assegnazione della Coppa di Ferragosto che, fino all'anno successivo, sarebbe rimasta in custodia a Monfiore, ben esposta nel bar di Gigi come il più ambito dei trofei. Poi la festa riprese il suo corso regolare con fuochi d'artificio, brindisi, canti e balli fino al mattino, ma io, ormai stanco morto, verso le tre me ne andai a dormire.
Tanto in giro di gente savia, ormai, ne era rimasta ben poca.


XIII

La mattina del venti agosto mi ero svegliato più tardi del solito. Il sole brillava in un cielo terso e nonostante affiorasse ancora qualche risentimento muscolare nelle gambe, mi sentivo in forma. Il babbo doveva essere da Gigi a leggere il giornale e Bruce lo immaginavo già impegnato nello scavo del terreno dei suoi avi. Decisi di raggiungerlo e mi avventurai nel bosco.
Il caldo estivo sembrava svanire all'ombra delle fronde. Avevo voglia di vedere il mondo dall'alto e così tornai ad attraversare il fiume nel punto in cui si incrociavano i rami degli alberi delle due opposte sponde. Camminai fino alla base del leccio e cominciai la scalata. Conoscevo a memoria ogni sporgenza di quel tronco gigante i cui rami erano di dimensioni tali da permettermi di arrampicarmi come sui pioli di una scala. Eppure, nonostante ormai fossi un veterano del gioco, ogni volta che mi allontanavo dal terreno sentivo un'emozione particolare, come se mi distaccassi dal mondo e dagli uomini, dai pensieri quotidiani e dalle cose normali, per ritrovarmi, metro dopo metro, completamente libero, su un altro pianeta, paradisiaco. Le foglie mi accarezzavano i capelli, i raggi del sole filtravano fra le piante formando cristalli di luce geometrica, il cinguettio degli uccelli ed il fluttuare dell'acqua sottostante intonavano la loro perpetua sinfonia naturale.
Salii fino al punto più critico, dove uno dei rami protesi verso il centro del fiume si incrociava con quelli di un faggio, cresciuto sull'altra sponda. Percorsi con cautela, stando a cavalcioni sulla propaggine, la parte sporgente oltrepassandone la metà. Il fiume scorreva proprio sotto di me. Stavo per raggiungere il ramo dell'altro albero quando un sinistro scricchiolio alle mie spalle mi immobilizzò. Mi voltai. Mi resi conto che sarebbe stato scomodo e difficoltoso fare marcia indietro. Dovevo tentare di afferrare il ramo dell'altro albero che si protendeva verso di me, a breve distanza, come un lungo braccio che mi volesse afferrare. Ripresi ad avanzare con il cuore in gola, muovendomi con la circospezione di un gatto che punta la preda, con le orecchie tese a cogliere ogni minimo rumore anomalo della pianta.
Uno schianto improvviso lacerò la quiete del bosco e, in un istante, sentii il corpo precipitare nel vuoto, sprofondare nell'acqua fredda, contrarsi dal dolore per un urto del polso destro e della testa contro qualcosa di molto duro. Riaffiorai scoprendo un barlume di cielo e di fronde sopra di me. Avrei voluto gridare, ma sputai acqua. Mi accorsi che non toccavo il fondo e che il dolore al polso mi impediva di nuotare. Un lampo di pensiero mi suggerì che non c'era da preoccuparsi, che stavo facendo soltanto un brutto sogno e presto mi sarei svegliato sudato nel mio letto. Ma i vestiti zuppi, la paura e le difficoltà di movimento confermarono immediatamente quale fosse la realtà. Tendevo il collo come uno struzzo, battevo i piedi a raffica per tentare di rimanere il più possibile con la bocca al di sopra della linea dell'acqua, ma con il passare dei secondi, sentivo che quel dimenarmi non sarebbe durato a lungo.
Fra una boccata di ossigeno ed una d'acqua avvertii un grido nelle vicinanze. Con la coda dell'occhio vidi una figura correre a perdifiato lungo il margine del fiume, tuffarsi senza esitazione e poi nuotare verso di me come un delfino. Quando mi fu vicino riconobbi Bruce. Mi afferrò e sostenendomi, in poche bracciate, raggiunse la riva. Mi sentivo spossato, impaurito e dolorante, avrei voluto parlare o forse gridare, ma Bruce, stringendomi forte fra le braccia, cominciò a piangere a dirotto. Sembrava che l'acqua che gli aveva infradiciato i vestiti avesse deciso di andarsene a cascata direttamente dagli occhi.
Solo in quel momento mi resi conto del rischio che avevo corso. Ne avevo sentito parlare spesso, ma non l'avevo ancora vista in faccia la morte.


XIV

Nei tre giorni che seguirono la mia casa pareva il santuario di Padre Pio. Una processione continua di paesani venne a sincerarsi delle mie condizioni di salute. Qualcuno portava le uova fresche, altri verdura di giornata, altri ancora soffici torte fatte in casa. Quasi tutti vollero lasciare la loro firma con la biro sul gesso che mi immobilizzava metà del braccio destro, tanto da farlo assomigliare, in poco tempo, alla pagina stampigliata di un quotidiano sportivo o umoristico. Dal "Forza Juve" di Pinturicchio al "Pensavi di essere Batman?" di Gigi, dal "Meglio corre ne sacchi che sugli stecchi"del Ticche al "Come uccello vali poo, come pesce anche meno" del Pota.
Il babbo e Bruce mi rimasero costantemente vicini investendomi di mille attenzioni. Il babbo ne approfittò per preparare al computer la relazione annuale che avrebbe dovuto presentare il primo settembre al Circolo Culturale Alighieri giù in città. Ogni anno, nello stesso giorno, il Circolo dedicava un convegno ad un importante autore toscano ed il babbo, insieme ad altri quattro componenti dell'associazione, doveva esporre ad una platea di appassionati le proprie considerazioni approfondendo un aspetto particolare del personaggio. Quell'anno il convegno era dedicato a Giuseppe Giusti ed il babbo avrebbe dovuto svolgere la propria analisi sul collegamento satira-politica del poeta. Era un appuntamento cui teneva particolarmente ed ogni volta preparava, dedicandoci qualche giornata del suo tempo, uno schema preciso e dettagliato di quello che sarebbe stato il suo intervento.
Anche Bruce, per qualche giorno, aveva rinunciato allo scavo sulla sua proprietà. Il pomeriggio si intratteneva volentieri a giocare a carte con me e la sera rimanevamo tutti e tre a conversare all'aperto, sotto la veranda, con un paio di birre fresche ed una coca a portata di mano.
Fu in una di quelle occasioni, quando si era fatto ormai tardi, che vidi Bruce stringere fra le mani con aria pensierosa la foto che avevo intravisto qualche giorno prima in bagno.
Il babbo non voleva essere indiscreto, ma trovò un sistema elegante per soddisfare la sua curiosità.
- "C'è aria di famiglia in quella foto".
Bruce non rispose subito. Sembrava cercare dentro di sé le parole giuste per completare il commento del babbo. Gli occhi azzurri luccicarono al riflesso del neon. Poi, emergendo come il Nautilus dopo una lotta disperata per disincagliarsi dalle spire della piovra, parlò di getto.
Raccontò di aver sposato una donna che amava da morire e dalla quale aveva ricevuto, a distanza di tre anni l'uno dall'altro, Billy e Janet, due bellissimi bambini. Raccontò che vivevano felici in un cottage sulle sponde di un lago. Lui lavorava per un impresa edile e nel week end trascorreva tutto il tempo con la famiglia. Amava giocare con i bambini, correre con loro sul prato, pescare tutti insieme sul piccolo molo di legno, lanciare sassi nell'acqua, insegnare loro a costruire piccoli oggetti di legno. Billy aveva undici anni. Fin dalla nascita il suo divertimento maggiore aveva a che fare con il lago, ne conosceva ogni aspetto, insidie comprese, tanto da sapersi conquistare la fiducia del padre.
Raccontò che un giorno, quando chiamò Billy dalla finestra di casa per il pranzo, il figlio non aveva risposto. Dopo un paio di richiami più forti era uscito convinto di dovergli dare una strigliata perché gli aveva sempre detto di non allontanarsi troppo. Ma non lo trovò. Una barchetta vuota, troppo distante dalla riva, oscillava sulle acque, immagine silenziosa ed indelebile di un dramma irreparabile.
Raccontò che da quel giorno la sua vita era cambiata. Il senso di colpa per non aver vigilato sul bambino lo aveva sconvolto e corroso. Anche i rapporti in famiglia erano cambiati. Aveva l'impressione che sua moglie non fosse più la stessa, le discussioni avevano preso il sopravvento, rendendo sempre più insopportabile una situazione psicologica già destabilizzata dal dolore. Aveva allora preso la decisione di concedersi una pausa di riflessione, di venire in Italia alla ricerca delle sue radici e di capire se, forse, quello sarebbe stato il luogo dove trasferirsi per tentare di cominciare una nuova vita.
Raccontò senza che nessuno lo interrompesse.
Il babbo lo osservava senza battere ciglio, con i muscoli del viso pietrificati. Sembrava comprendesse perfettamente e partecipasse con il cuore al dolore dell'americano. Poi si alzò. Prima di andare a dormire appoggiò le mani sulle spalle di Bruce e strinse, come se volesse trasmettergli tutta la sua solidarietà.

La sera successiva Bruce era seduto sulla veranda sorseggiando una birra.
Il babbo aprì un libro e lesse una frase di J.Brothers: "Quando rivolgi lo sguardo alla tua vita, le più grandi gioie sono quelle della famiglia".
Posò subito dopo lo sguardo sulla fotografia della mamma al centro della credenza ed esclamò:
- "Bruce, tu vuoi molto bene a tua moglie ed a tua figlia ed anche loro te ne vogliono. È un privilegio di pochi. Non disperderlo".
Il giorno dopo, sempre sulla veranda, fu Bruce ad avvicinarsi al babbo, intento a mettere a punto sul computer la sua relazione sul Giusti.
- "Hai ragione" - gli disse - "Devo provarci. A fine mese tornerò a casa".



XV

La mattina del ventisette agosto accompagnai Bruce alla sua proprietà. Alcune nubi bianche di fine estate impallidivano il sole alleviando la fatica dello scavo.
L'uomo insisteva nel bucherellare il terreno un po' dovunque, anche se non pareva più convinto di poter trovare qualcosa. Dopo il salvataggio nel fiume avevo chiesto al babbo di inventare qualcosa per farlo smettere, ma lui si era opposto, ribadendo il principio di base paesano che si può scherzare ad oltranza, al di là del bene e del male, pur rimanendo onesti ed altruisti con il prossimo nelle cose che contano davvero. Era il ridere per sopravvivere.
Il polso ingabbiato nel gesso non mi doleva, ma mi sentivo triste. Fra una palata di terra e l'altra Bruce tentò di confortarmi. Disse che sarebbe tornato la prossima estate, anche con la famiglia se fosse riuscito a ricomporla. Disse che avrebbe lavorato sodo per ristrutturare l'immobile e che lo avrebbe restituito allo splendore di un tempo, accogliente come si addice alle vere case coloniche toscane.
- "Mi raccomando" - lo esortai - "Voglio conoscere Janet. Ci divertiremo un mondo insieme alla prossima sfida di Ferragosto".
Bruce lasciò il badile, si avvicinò e mi fissò diritto negli occhi.
- "Dovrei pensarci un po'. Gli italiani sono pericolosi con le straniere. Ma tu hai occhi sinceri".
Tolse il cappello a tese larghe e me lo mise sulla testa. Rise.
- "È ancora largo per te, ma potresti diventare un buon cow boy".
Poi lo indossò di nuovo e tornò a scavare.
Lo osservavo con ammirazione, impegnato nella sua ostinata ricerca. Aveva rastrellato un'area molto vasta ma, visto che ormai era giunto alla fine della permanenza in Italia, doveva aver perduto la speranza di trovare il tesoro del bisnonno.
Ad un certo punto lo vidi rallentare. Guardava qualcosa di ben preciso ed usava la vanga con cautela, come se facesse attenzione a non infrangere ciò che toccava. Poi lasciò cadere l'attrezzo e, inginocchiatosi, scandagliò il terreno con le sole mani.
- "It's wanderful!" - gridò entusiasta - "Forse ci siamo!".
Mi avvicinai incuriosito. Bruce aveva dissotterrato una specie di scrigno in legno di piccole dimensioni, che sembrava ben conservato. Tolse la polvere e la terra incrostata, lo fece ruotare tre o quattro volte fra le mani e poi, spostando una levetta, sollevò il coperchio.
Il viso si indurì improvvisamente assumendo un'espressione di stupore. Non riuscì a trattenere un'esclamazione inglese di cui, per fortuna, non conoscevo il significato, anche se era facilmente intuibile. Poi, senza guardarmi, distese il braccio verso di me per mostrarmi il contenuto.
Sul fondo rettangolare dello scrigno, aderente ai quattro lati, giaceva un pacchetto verde di gomme americane, marca Brookling.


XVI

Il pomeriggio del ventotto agosto bussai al portone scuro della sacrestia. Mi aprì Don Girolamo e mi guardò con aria sorpresa. Non era la giornata, né l'orario consueto per andarlo a trovare.
- "Oh! Abbiamo il nostro campione di corsa nei sacchi".
- "Vorrei confessarmi" - risposi.
Mi fece accomodare ad un tavolino all'interno di una stanza semplice ma dignitosa.
Don Girolamo non aveva mai preteso una lista dei peccati come l'elenco degli acquisti sullo scontrino di un supermercato. Fingeva sempre di conversare amichevolmente del più e del meno e, a poco a poco, finiva per toccare gli argomenti che stavano a cuore al suo interlocutore senza che questi se ne rendesse conto più di tanto.
Ed anche in quella occasione, infatti, dopo una decina di minuti di piacevole conversazione sulle mie vicende quotidiane, confessai senza quasi accorgermene di aver tradito il babbo.
Don Girolamo non si scompose. I suoi occhi paterni continuavano a guardarmi con l'aria del nonno disposto ad ascoltare le marachelle del nipotino.
Lo misi al corrente dello scherzo del bisnonno fatto a Bruce dai paesani (ma dai cenni del capo capivo che non gli stavo raccontando niente di nuovo), delle mattinate trascorse a far buche sul terreno (e, naturalmente, sapeva già anche questo), del dispiacere che provavo, dopo quello che l'americano aveva fatto per me e per il paese, di vederlo ancora preso in giro e, infine, della mia decisone di porre fine a quell'agonia sotterrando nel vecchio orto uno scrigno che avevo in soffitta, facendogli così capire, con il pacchetto di gomme americane all'interno, che si era trattato tutto di uno scherzo.
Il parroco, con i gomiti piantati sul tavolo, appoggiò il mento fra le mani. Fu sfiorato da un leggero sorriso.
- "Non devi preoccuparti" - disse - "Ci sono numerose strade per servire il Signore. Anche a lui piace scherzare, perché chi scherza è felice e chi è felice può effondere felicità negli altri. Tu e tuo padre volete ugualmente bene a Bruce, ma ognuno di voi segue una strada diversa per dimostrarlo. Alla fine, però, quello che conta, è che si tratta per entrambi di un percorso d'amore. Non hai tradito il volere di tuo padre. Se lui sapesse come hai deciso di concludere lo scherzo del bisnonno, sarebbe fiero di te. Un pacchetto di Brookling come tesoro ti rende degno dei migliori scherzi di tuo padre!".
Me ne tornai a casa risollevato.


XVII

Il trentuno agosto doveva arrivare prima o poi. Si presentò con il sole alto, il cielo parzialmente imbrattato da un gregge di nuvolaglie bianche e l'aria resa tiepida da una brezza leggera.
Bruce aveva bevuto un caffè con noi, preparato la valigia ed indossato il giaccone di camoscio chiaro con il cappello avana.
Il babbo, che sembrava più triste di me, non aveva voluto riscuotere l'affitto e si era prodigato perché non mancasse niente per il viaggio a quello che ormai chiamava "my friend". Si era anche offerto di accompagnarlo in città con la macchina, ma Bruce aveva insistito di volersene andare così come era arrivato, con la corriera.
Fuori dalla porta di casa Acerbo lo stava aspettando per offrirgli l'ultimo passaggio in taxi.
- "Questa volta è gratisse" - esclamò con il suo vocione rauco e gli occhi supplichevoli, felice di aver qualcosa da regalare all'americano.
- "Accetto il passaggio" - rispose Bruce - "Ma ad un patto. Oggi voglio essere io a guidare il tuo taxi".
Acerbo lo guardò sorpreso. Rispose che andava bene, anche se non capiva cosa intendesse dire il suo passeggero. Bruce, allora, piegò il busto in avanti, si caricò a cavalcioni sulla schiena l'incredulo taxista e lo trasportò per tutto il tragitto fino alla piazza.
Un nutrito gruppo di paesani si era raccolto davanti al bar di Gigi per assistere alla partenza. Tutti mostrarono di apprezzare la trovata di Bruce ed accolsero l'arrivo del taxi con un applauso. Acerbo, con gli occhi sempre più fuori dalle orbite per la gioia, non smetteva mai di ringraziare il "guidatore".
- "È stato il più bel viaggio della mia vita" - ripeteva imbambolato.
Mancavano pochi minuti alla partenza. La corriera era ferma su un lato della piazza con la portiera aperta. Il babbo, il Pota, Pinturicchio, il Pipa, il Ticche ed io ci ritrovammo allineati come soldati di un picchetto d'onore, pronti per il saluto. Bruce era il sergente che ci passava in rassegna.
Cominciò dal Pota, che gli aveva preparato un sacchetto con un prosciutto sottovuoto "der suo più bono" da portare negli Stati Uniti dove "chissà che ti fanno mangià".
Bruce si frugò nel taschino e tirò fuori un elegante coltello milleusi in avorio.
- "Questo può mancare alla collezione di coltelli di un macellaio" - disse porgendoglielo.
Una velata smorfia di soddisfazione trasparì dietro la maschera da spaccone del Pota che ringraziò con una energica stretta di mano.
- "Quest'anno tè ita bene, ma t'aspetto un artr'anno. A braccio di ferro sono io ir più forte".
Poi fu la volta del Pipa. Porse a Bruce una paccata di giornali, utili per ingannare il tempo in viaggio.
Bruce, a sua volta, estrasse da una borsa che portava a tracolla un vocabolario tascabile italiano-inglese.
- "Parli un buon inglese" - gli disse affettuosamente - "Ma questo ti aiuterà a migliorare".
- "Thank you, very, very, very … m…ac?" - rispose l'edicolante emozionato.
- "Much!" - precisò qualcuno dalle retrovie - "Lo sanno anche i sassi!".
Seguì Pinturicchio, che avvolse una sciarpa bianco nera intorno al collo di Bruce dichiarando con orgoglio:
- "Badiamo un po' se imparate quarcosa di veramente importante in Ameria".
Il gesto scatenò la reazione di Gigi che dai confini del bar fece sentire la sua voce:
- "Un ne voglio vedè artre! Buttala prima d'arrivà! Non abbiano a pensà che gli italiani son tutti grulli!".
Bruce, a sua volta, gli consegnò un vocabolario tascabile italiano-tedesco.
- "Potrai cominciare a scrivere da solo le lettere d'amore".
Si fece poi avanti il Ticche porgendo un pacchetto incartato con nastro e fiocco da regalo.
- "È un mazzo di 'arte nuovo con le regole della briscola. Un cittadino di Monfiore deve sapè gioà per forza!"
Bruce aveva un libretto anche per lui. Era un piccolo manuale di training autogeno. Il suo interlocutore lo rigirò fra le mani perplesso. Era evidente che non avesse lontanamente idea di cosa si trattava. I muscoli del viso scoppiettarono come petardi nel giorno del patrono, il naso stantuffò a scatti, le sopracciglia si inarcarono ad intermittenza e l'occhio destro gli si chiuse con movimenti autonomi ed indipendenti come fosse investito da folate di polvere.
- "Leggilo. Ti servirà" - suggerì il babbo all'amico tentando di rassicurarlo.
Infine, eravamo rimasti noi.
Bruce ed il babbo si guardarono per qualche secondo negli occhi senza dire niente. Poi si abbracciarono calorosamente.
- "Per l'anno prossimo ti farò trovare una bella sorpresa" - disse il babbo lasciando volutamente che un pizzico di curiosità si impadronisse dell'americano.
Bruce tirò fuori dalla tasca interna della giacca una busta.
- "Aprila solo dopo la mia partenza. Okay?".
Poi si rivolse a me. Piegò le gambe e si portò alla mia altezza. Tolse il cappello da cow boy e lo pose ancora una volta sulla mia testa.
- "Così, quando tornerò, potremo vedere se sarai cresciuto".
Scoppiavo di gioia. Mi sentivo un eroe con quel copricapo e mi sembrava impossibile che fosse diventato mio.
- "Aspetta" - gli risposi - "Anch'io ho qualcosa per te".
Sfilai dalla cinta dei pantaloni un libretto. Bruce lesse il titolo e sorrise.
- "Il Barone Rampante. Grazie. Mi ricorderà tante cose".
Ci abbracciammo. Sentìì una lacrima rigarmi la guancia ed uno strano peso comprimermi il petto, ma facevo di tutto per nascondere la mia emozione.
Bruce rivolse uno sguardo generale a tutti i presenti e, con passo deciso, salì i gradini della corriera. La porta a soffietto si richiuse alle sue spalle ed il veicolo cominciò a muoversi lentamente. Da uno spiraglio del finestrino la mano dell'americano si mosse indistintamente come per salutare il paese intero. Poi la corriera imboccò l'uscita della piazza e scomparve.
Gli amici cominciarono a diradarsi in direzioni diverse. Un tangibile senso di tristezza avvolgeva l'aria e gli animi come una cappa di calore in piena estate. Bruce se ne era andato da un minuto e già sentivamo un profondo senso di vuoto.
Il babbo aprì la busta. C'era un biglietto scritto di pugno da Bruce del tutto simile al manoscritto dell'antenato. Il babbo lo squadrò di sbieco, come se avesse il sentore che covasse qualcosa di poco piacevole. Poi lesse sottovoce:
"O tu, che osi spiegarmi, in guardia devi stare, se la sventura vorrai evitare, perché solo un professore il privilegio avrà di quanto a solo lui sto per svelare.
Caro amico, se questo mio ultimo scritto stai leggendo, significato vuol che forse sei ancora in tempo e per te son contento.
Il professore il computer per la sua casa abbandonò, e solo e triste qui, in questo luogo mi lasciò.
Ah, se quel bischero a casa fosse rimasto, il file del Giusti convegno sarebbe ancora casto.
Ma tu, mio prediletto studioso, dalla tua parte hai una notte intera, e sol con questa sorriderà il fato.
Ed esultar potrai, mio degno professore, a quel convegno, se in una notte riveder tutto il tuo studio riuscirai".
Il babbo socchiuse gli occhi come folgorato da una brutta notizia. Un "porc …" gli si strozzò in gola seguito, con tono rassegnato, da "ci avevo impiegato quattro giorni per preparare la relazione".
Rimase un po' in silenzio meditabondo. Poi sollevò lo sguardo smorzando un sorrisetto ironico e infine, volgendosi verso l'uscita del paese, sussurrò:
- "Ora è davvero uno dei nostri".


XVIII

Quella sera indugiavo nel letto prima di spengere la luce. Non riuscivo a prendere sonno abituato com'ero da un mese alla presenza di Bruce nella casa.
Tentai di risollevarmi il morale guardando il biglietto che aveva lasciato al babbo. Sembrava aver compreso lo spirito toscano ed avesse voluto ricambiare la fatica di mattinate trascorse a scavare nell'orto.
Dalla stanza adiacente la camera sentivo l'affannoso ticchettio delle dita del babbo che ballavano sulla tastiera del computer nel disperato sforzo di ricomporre il file perduto della relazione che avrebbe dovuto esporre la mattina stessa. Il vero spirito toscano stava anche nel saper apprezzare gli scherzi subiti con la stessa serenità goliardica di quando venivano fatti agli altri, senza rancore.
Verso le undici venne a farmi visita. Si mise a sedere sul letto per fare due parole.
- "Non riesci a dormire, eh?" - esordì - "Beato te. Io ho un sonno bestia ed invece dovrò passare tutta la notte a lavorare se domani voglio fare una figura decente".
- "Babbo, posso chiederti una cosa?"
- "Spara"
- "Quale sorpresa hai promesso a Bruce per l'anno prossimo?"
Mi accarezzò i capelli e sospirando rispose:
- "Ha fatto molto per noi. Abbiamo deciso con gli amici di rimettergli a posto la casa. Una bella pulizia al giardino, ai pavimenti interni, al mobilio, una riveduta agli infissi ed ai letti ed una imbiancata completa che la renda abitabile".
Annuii con soddisfazione per quella che sembrava proprio una buona idea.
- "Avrei anch'io una cosa da chiederti" - disse imprevedibilmente il babbo osservandomi con aria indagatrice.
Non avevo scelta e ripetei "spara" con un filo di voce.
- "Sei stato tu a rivelare a Bruce che la storia del bisnonno era tutto uno scherzo?"
Deglutii.
- "Lo ha capito da solo" - risposi senza mentire.
Il babbo mi guardò perplesso. Mi baciò sulla fronte e si alzò augurandomi la buona notte.
- "A proposito" - esclamò sulla soglia della camera - "Fra qualche giorno comincerà la scuola. Hai fatto i compiti?"
Arrangiai una risposta:
- "Ultimamente un po' meno, con tutto quello che è successo".
- "Male" - rispose con fermezza - "Per i prossimi tre giorni non uscirai di casa e li finirai tutti".
Spense la luce e tornò al suo lavoro.
Mi addormentai chiedendomi se avesse detto sul serio o se anche quello fosse stato uno scherzo.





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